In quella che fu larena della città saranno esposti reperti che non sono mai stati visibili al pubblico perché conservati nei sotterranei, ed anche inedite scoperte archeologiche Intitolata "Divus Vespasianus" la mostra si articola in più sedi espositive e in un percorso allinterno del Foro romano e del Palatino imperniato sui monumenti voluti dai Flavi, dallArco di Tito al Tempio della Pace Vespasiano era avaro e spiritoso. Durante il suo regno rimise a posto le casse dello stato, devastate dagli anni di Nerone e dalle lotte civili La fortuna dei Flavi si costruì sulla sconfitta degli Ebrei: la campagna iniziò per domare una rivolta e finì con la capitolazione totale dei ribelli Quando Vespasiano morì, nel 79 d. C., i suoi funerali furono solenni, ma anche bizzarri. Svetonio racconta infatti che in quella occasione "larchimimo Favor aveva indossato la persona dellimperatore e andava imitando, secondo il costume, i fatti e i detti di lui vivo". Dice il biografo che questo singolare rito funebre faceva parte del mos, del costume tradizionale. Eppure, almeno per noi, tutto ciò è molto sorprendente. Ci troviamo di fronte a un imitatore (un Fiorello? un Crozza?) che si aggira intorno al feretro delluomo più potente del mondo riproducendone i tic e le frasi più tipiche. I Romani, si sa, avevano il culto di "raddoppiare" i nobili defunti in occasione delle loro esequie: ne ponevano i ritratti sul feretro, e soprattutto mettevano insieme una lunga processione di figuranti che avanzavano indossando le maschere funebri degli antenati. Una cerimonia davvero perturbante. Polibio, che era greco, la descrisse con meraviglia, e nei secoli successivi si arriverà addirittura a costruire una statua in cera dellimperatore defunto, che veniva trattata come persona viva: con medici, dignitari e matrone che si aggiravano premurosi attorno a quel "doppio" come se si fosse trattato di un malato dal colorito, ovviamente, cereo. Con tutto ciò la presenza di Favor, limitatore, al funerale di Vespasiano, è davvero sconcertante. E quali saranno stati poi i "fatti e detti" del morto che il mimo andava imitando? Svetonio ci dice anche questo. Favor infatti "interrogava i procuratori davanti a tutti, chiedendo loro quanto costava la cerimonia funebre. E sentendo che costava centomila sesterzi, esclamava: «datemi cento sesterzi e poi buttatemi pure nel Tevere!»" Ovviamente in quel momento era Vespasiano che parlava, non Favor. Possiamo essere sicuri che questa battuta costituiva unimitazione del carattere e dei dicta del vivo. Ancora Svetonio, infatti, ci dice che Vespasiano era famoso per la sua avidità di danaro; e che egli "amava molto le battute di spirito, anche se erano sordide e scurrili" soprattutto "a proposito dei propri inconfessabili guadagni, che metteva in scherzo attraverso giochi di parole". Basta ricordare il celebre commento che riservò al figlio Tito quando costui lo rimproverava perché aveva messo una tassa sugli orinatoi. Per quanto ciò possa sembrare strano, infatti, lurina era allepoca una materia preziosa, non un semplice escremento, perché i fullones ne facevano largo uso nel trattamento delle stoffe. Dunque Vespasiano "aveva preso del danaro dalla prima riscossione e aveva chiesto a Tito se fosse infastidito dallodore. E siccome lui diceva di no, aveva commentato: eppure vengono dal piscio!". La frase di Favor, "datemi cento sesterzi e poi buttatemi pure nel Tevere!", sembra proprio di quelle che Vespasiano avrebbe potuto pronunziare da vivo. Cè tutto, il carattere volgare della battuta, la materia sordida, il cinismo. Perché luomo era così, avaro e spiritoso. Avaro, ovviamente, anche nel senso che durante il proprio regno rimise in sesto le casse dello stato, devastate dagli ultimi anni di Nerone e dalle lotte civili che precedettero la sua assunzione allimpero, nel 69 d. c. E si sa che i governanti severi, quelli che impongono tasse e soprattutto le fanno pagare, non hanno difficoltà a guadagnarsi cattiva fama. Che poi, a pensarci bene, gli scherzi di Favor costituivano forse laccompagnamento più adatto per un imperatore che, nel momento del trapasso, aveva pronunziato non frasi poetiche o sentenze filosofiche, ma (ancora una volta) una battuta di spirito. Sentendo aggravarsi le sue condizioni, infatti, Vespasiano aveva detto: "ahimé, credo che sto per diventare un dio!". Un dio ci divenne davvero, ovviamente, dopo la morte. E pensare che era nato, di famiglia modesta, in un piccolo villaggio della Sabina, Falacrine. Leducazione glielaveva impartita la nonna paterna, che certo non gli avrà insegnato la grammatica come la imparavano i giovani patrizi di città. Per questo nel parlare latino Vespasiano rimase sempre un po goffo. Però era spiritoso. Si raccontava che il consolare Mestrius Florus lo avesse rimproverato perché aveva detto plostra e non plaustra, come si doveva. Era una pronunzia popolare, degna di un Sabino che aveva passato la vita nellesercito. Vespasiano non batté ciglio ma il giorno dopo, incontrando Florus, lo salutò così: Salve Flaure! E flauros, in greco, significa "sciocco". Sarà stato anche poco erudito, Vespasiano, ma forse proprio per questo amò sinceramente la cultura. Fu lui infatti il primo imperatore a stanziare una somma annua di centomila sesterzi da destinare allinsegnamento della retorica greca e latina. Si tratta di una novità fondamentale nella storia delleducazione occidentale. Con questa decisione di Vespasiano, infatti, nasceva listruzione superiore a carattere pubblico. A coprire il primo insegnamento di retorica latina fu chiamato Quintiliano, e il risultato del suo insegnamento fu quella Istituzione delloratore che ha costituito per secoli uno dei pilastri delleducazione europea. Di un grande uomo, e Vespasiano certo lo fu, si vorrebbe sapere quali ricordi gli si affacciarono alla mente nel momento del trapasso. Il che non è possibile. Forse però possiamo immaginare che il pensiero di Vespasiano andasse alla Giudea, la terra dove, sulle disgrazie degli Ebrei, era nata la fortuna dei Flavi: la sua, prima di tutto, e quella dei due figli che gli succedettero nellimpero, Tito e Domiziano. Nerone aveva spedito Vespasiano in quelle terre, nel 66 d. c., per domare una rivolta che rischiava di farsi pericolosa. La campagna fu travolgente, le città e le roccheforti dei ribelli caddero rapidamente nelle mani dei Romani, e il loro stesso comandante, Giuseppe, passò dallaltra parte: accettando il poco nobile compito di interrogare i prigionieri e di persuaderli ad arrendersi. In seguito, e dopo aver assunto il nome gentilizio del nuovo padrone, Flavio Giuseppe diventerà anzi lautore della Guerra giudaica, in cui fra laltro teorizzò il carattere provvidenziale dellimpero Flavio, che sarebbe stato voluto anche dal dio dei Giudei. Ma più ancora delle armi vittoriose, in quella guerra contarono i presagi. A quel tempo, infatti, circolava una profezia secondo la quale "chi fosse venuto dalla Giudea, sarebbe divenuto il padrone del mondo". Gli Ebrei la riferirono a se medesimi, come se dio li invitasse a scatenare la rivolta. Invece finirono suicidi a Iotapada e Masada. Mentre Vespasiano, che anche lui "veniva dalla Giudea", seppe volgere quel presagio nella direzione giusta, assumendo limpero dopo che Galba, Otone e Vitellio se lerano conteso inutilmente. Di lui ci resta limmagine di un uomo anziano, calvo, dal viso schiacciato e dalla fronte solcata di rughe profonde. E soprattutto ci resta il monumento che, forse più di ogni altro, ha assunto il ruolo di icona di Roma nel mondo: il Colosseo. Vespasiano lo volle proprio nel cuore della Domus Aurea, la scandalosa dimora che Nerone aveva voluto costruirsi per esaltare il suo proprio prestigio - mentre Vespasiano destinò quellarea al pubblico divertimento e al fasto non di un solo uomo, ma di unintera città. Non vide la fine del suo anfiteatro, morì infatti lanno prima che lo inaugurasse suo figlio, nell80 d. c. Ma certo, contemplando il fiume di spettatori che andava ad occupare i 50.000 posti dellarena (alcuni dicono che si potesse arrivare addirittura a 75.000), Vespasiano non si sarebbe trattenuto dal fare qualcuna delle sue battute.