Lartista genovese rinnova il suo legame con Napoli Venerdì linaugurazione della nuova mostra nella galleria di Alfonso Artiaco Mille e duecento pagine di catalogo ragionato appena uscito: quasi unenciclopedia "Guardare un quadro è come stare alla finestra". O come immaginare infiniti quadri possibili, senza vederne alcuno. Parole di Giulio Paolini, lartista che un anno prima dello storico ï68 scioccò i visitatori della prima mostra della nascente "arte povera" con una fotografia 30 per 24 che per la prima volta cercava di catturare e rappresentare concretamente uno sguardo: quello di chi osservava un quadro famoso di Lorenzo Lotto, "Ritratto di giovane". Tutta la verità si cala nel nuovo titolo: "Giovane che guarda Lorenzo Lotto", chiarita ancor meglio dal sottotitolo "Ricostruzione nello spazio e nel tempo del punto occupato dallautore (1505) e (ora) dallosservatore di questo quadro". Uno sguardo "coincidente", che ancora oggi incarna il senso dellarte concettuale, e che con laltrettanto famoso "Disegno geometrico" del 1960 - la pura e semplice griglia grafica che deve tener presente la prima scintilla dellatto del disegnare, apre le 1200 pagine dei primi due volumi del catalogo ragionato dellartista genovese, che vive tra Torino e Parigi, appena uscito da Hoepli. Unopera nelle Stazioni dellarte, una mostra a ottobre nelle geometrie spazio-temporali della Sala della Meridiana allArcheologico, interventi di luci a Natale a Salerno, mostre a Capodimonte, Villa Pignatelli e due Wagner al San Carlo: il rapporto tra Paolini e Napoli si è consolidato in molte tappe successive. Nella sua coerenza e con il suo rigore, Paolini - che torna a Napoli con una nuova installazione nella galleria di Alfonso Artiaco (piazza dei Martiri, 58, inaugurazione venerdì alle 19) - sembra voler ri-stabilire il vero statuto dellopera darte, che negli anni si è perso di vista, delegato comera ad entità "altre", non ultima quella rappresentata dal mercato. Uno statuto che, in un brano che sarà pubblicato in un prossimo libro di Paolini, anticipato da Repubblica risiede nel "primato del prima", in una essenza dellopera che si può trovare andando a ritroso nella storia dellarte. «Cercandole tra le immagini trasparenti - dice Giulio Paolini - tra quelle opere che per così dire mostrano di essere consapevoli di essere immagini, di porsi cioè al di fuori della realtà, di non essere ingredienti della vita vissuta, ma di parlare in codice, il linguaggio che le è proprio da sempre». Il più bel quadro della storia? Il senso della risposta viene sintetizzato da Paolini nella personale da Artiaco: "Questo eo quel quadro", dove congiunzione e avversativa ripropongono quel "primato del prima" che Paolini ha trovato creando un vero e proprio "laboratorio" su opere di Perugino, Raffaello, Velàzquez, Watteau, Chardin, Gèricault. Tre anni fa Paolini ha scritto un libro, "Quattro passi nel museo senza muse". Oggi il museo cerca una nuova identità; che cosè per Paolini, allora, il museo? «Uno scrigno, una camera di sicurezza, un luogo in certo modo inaccessibile perché si costituisce di immagini, quindi non tocca la realtà. Nella sociologia dellarte che si va affermando si tende ad attribuire al museo il ruolo del servizio pubblico, di intrattenimento, che non è scandaloso che avvenga, ma certe volte si cade in errori di interpretazione. Quando leggo sui giornali che i direttori della Tate o del Moma dichiarano i musei luoghi per famiglie, prima mi viene da sorridere e subito dopo, però, mi vengono le lacrime agli occhi».