Fra veleni, sospetti e carte bollate, si apre oggi, al Palais de Luxembourg, sede del Senato francese, la mostra dedicata a Filippo e Filippino Lippi, con il sottotitolo La renaissance à Prato, luogo di origine degli artisti e di provenienza di alcuni dei capolavori esposti, L'omaggio all'arte italiana è oscurato, infatti, da una più prosaica faccenda di gestione di fondi e rivalità fra curatori che il presidente del Senato francese Gérard Larcher e il ministro per i Beni culturali italiano Sandro Bondi hanno faticosamente messo fra parentesi almeno per riuscire a far aprire i battenti. Ma è solo una tregua: i grandi progetti per il futuro sono per il momento azzerati. Stamane, il pubblico si metterà in coda per ammirare, forse per l'ultima volta, i frutti di una collaborazione che, negli ultimi anni, ha portato a Parigi Raffaello, Botticelli, Veronese, Tiziano e Arcimboldo e che ha fruttato anche diversi milioni di incassi al museo. Ed è proprio dalla ripartizione degli utili che sono scoppiati contrasti fra curatori e gestori, al punto da raffreddare le relazioni culturali fra Italia e Francia e mettere in discussione progetti per altre grandi esposizioni. Fino all'ultimo, la querelle ha messo in pericolo anche l'esposizione di Lippi, salvata in extremis da una sorta di accordo fra autorità francesi è italiane per salvare il salvabile ed evitare una rottura controproducente per tutti. Ma strette di mano e discreti contatti fra ministeri e ambasciate hanno soltanto messo la sordina su rivalità e oscuri retroscena sulla gestione delle precedenti esposizioni, attualmente sotto inchiesta. La diatriba del Luxembourg scoppiò nella primavera scorsa quando la curatrice italiana. Patrizia Nitti, fu costretta a lasciare l'incarico per contrasti sulla gestione artistica e dei fondi con Sylvestre Verger, l'organizzatore delle mostre, diventato il factotum del museo. L'avvocato della Nitti ha parlato di «quattro milioni» di danni, il che dà un'idea del giro d'affari del museo. Ai di là delle cifre, il contrasto riguarderebbe la ripartizione delle commissioni pattuite per le precedenti esposizioni e il numero effettivo di visitatori su cui si stabiliscono le commissioni stesse. Sulla vicenda, il nuovo presidente del Senato, Gérard Larcher, ha sollecitato un'inchiesta. In una lettera all'«Express», Verger, titolare di una società di gestione delle esposizioni, sotto contratto con il Senato, ha respinto le insinuazioni e sostiene che l'incarico alla Nitti era in scadenza. «La mia società, con oltre cinque milioni di visitatori, ha assicurato il successo di un museo dimenticato e divenuto uno dei luoghi più popolari della capitale». La prima conseguenza dell'uscita di scena della Nitti furono a settembre le dimissioni dei cinque membri italiani del comitato scientifico, alcuni fra i più noti curatori del nostro patrimonio: Antonio Paolucci, direttore generale dei Musei vaticani; Francesco Buranelli, segretario della commissione pontificia per i beni della Chiesa; Giandomenico Romanelli, direttore dei musei veneziani; Nicola Spinosa, soprintendente a Napoli e Claudio Strinati, soprintendente del polo museale di Roma, il quale ricorda le ragioni del gesto: «Siamo stati chiamati dalla Nitti e la nostra presenza era diventata incompatibile. E' stato un gesto di sincera solidarietà». La seconda conseguenza è stata l'annullamento del grande progetto di esposizione del «Tesoro dei Medici» e il prevedibile congelamento di iniziative future che potrebbero privare il pubblico dei grandi capolavori italiani. Le mostre al Luxembourg, dedicate all'Italia e in passato inaugurate dai presidenti Ciampi e Napolitano, erano infatti diventate una sorta di appuntamento stagionale. La mostra dedicata a Lippi lascia aperto uno spiraglio, anche se da più parti vengono espresse riserve sull'effettiva importanza (almeno per numero) dei capolavori esposti. I retroscena della vicenda non lasciano ben sperare per il futuro. Da fonti italiane si fa notare che Sylvestre Verger avrebbe portato a Parigi la mostra su Lippi già allestita a Prato, integrata con prestiti sollecitati alle autorità italiane dal presidente del Senato francese per assicurare comunque un buon livello dell'iniziativa. Il presidente del Senato si sarebbe fatto garante dei prestiti stessi, concessi dai musei di Prato e di Firenze. Si sa inoltre che i ministri dei Beni culturali italiani prima Francesco Rutelli, oggi Sandro Bondi avevano espresso pèrplessità, rimaste senza risposta al presidente del Senato e al suo predecessore Cliristian Poncelet. Sulla vicenda ha alzato la voce anche l'opposizione con un'interrogazione del senatore del Pd, Luigi Zanda, il quale ha chiesto al ministro di conoscere le ragioni delle dimissioni dei cinque membri italiani; si domanda inoltre se, in assenza di adeguato presidio scientifico, non siano venute meno le ragioni di prestiti di grande importanza, tenendo anche conto di esigenze di assoluta sicurezza nelle fasi di trasporto e esposizione. «E stato un atto di cortesia nei confronti della presidenza del Senato, in attesa di una ripresa dei rapporti su basi nuove», spiegano al ministero dei Beni culturali.