Dopo un anno nessuno dei progetti messi in campo per lExpo è decollato, non un euro è stato speso. La città ha assistito a lunghe lotte di potere. E intanto la mafia affila le sue armi per un business più ricco di quello del Ponte sullo Stretto Appetiti crescenti sulla colossale operazione immobiliare che vorrebbe creare la nuova "città verticale" Gli scontri sulla Società di gestione hanno sinora segnato la cacciata di Glisenti e la sconfitta della Moratti Ottantamila case in città sono vuote, è in arrivo il nuovo Pirellone: a chi saranno destinate le nuove colate di cemento armato? Tanto che, di fronte alle difficoltà politiche e finanziarie, è spuntato persino il partito provocatorio della rinuncia allExpo, di cui si è fatto primo portavoce larchitetto Vittorio Gregotti, ricordando la saggia rinuncia di Mitterrand ai faraonici progetti per la celebrazione del bicentenario della rivoluzione francese nel 1989. Intanto, su uno dei tanti fronti milanesi, stravolgendo il programma fin qui accreditato, incede il partito del "Bucone", il tunnel di 14 chilometri che dovrebbe collegare, traforando le viscere dellintera città, larea in cui sorgerà lExpo con laeroporto di Linate. Costa, allingrosso, 3 miliardi, lo vogliono adesso fortemente Roberto Formigoni e lassessore comunale ciellino Carlo Masseroli, quello che progetta grattacieli in ogni centimetro libero, dalle aree delle caserme a quelle delle stazioni e dei binari ferroviari dismessi, per fare di Milano una piccola Londra con 2 milioni di abitanti. Oltre, naturalmente, alla Torno, società alquanto problematica titolare del progetto, di cui litalo argentino Carlos Bulgheroni ha ceduto quote rilevanti allAbm Merchant, del finanziere Alberto Rigotti, basato in Lussemburgo, che se il Bucone si farà aspira alla gestione del passaggio a pagamento per sessanta o almeno quarantanni. E le due nuove linee del metrò, la quattro e la cinque? E le altre infrastrutture? Letizia Moratti nicchia, dopo aver impiegato un anno per rinunciare al controllo della Società di gestione dellExpo attraverso il suo uomo, dopo scontri epocali con il ministro dellEconomia Giulio Tremonti, con Formigoni, con la Lega, tutti impegnati non a metter giù rotaie e parcheggi ma, "culi sulle sedie", come dice, chiedendo lanonimato, uno dei protagonisti di questanno di operose lotte di potere nella destra meneghina. Già gli esordi furono cupi: non cosa, come e quando fare, ma chi doveva controllare il ben di dio di 12 miliardi pubblici da spendere, più un indotto stimato in 44 miliardi. Il sindaco, il presidente della regione, il presidente della Provincia, il ministro dellEconomia, la Lega Nord, la famiglia La Russa, protesi di Salvatore Ligresti, Berlusconi stesso. O domineddio? La Moratti scelse come suo domineddio quel Paolo Glisenti che Vittorio Sgarbi, ex assessore alla Cultura milanese, ha definito «lelaborazione intellettuale del nulla». Detto "Pennacchione" quando a Roma faceva il giornalista, si era preparato il potere assoluto e uno stipendio da otto milioni di euro o giù di lì fino al 2015. Ma è stato smascherato dalle truppe di Bossi: «Quando ci siamo seduti a un tavolo - ha confessato Dario Fruscio, presidente bossiano del collegio dei sindaci della società di gestione prima di dare le dimissioni da quellinferno - ho capito che di aziende lui capisce poco o niente». Così Glisenti ha dovuto mollare. In vista del compimento del compromesso politico, faticosamente impostato in una cena ad Arcore che ha visto persino il "lider maximo" tirato per la giacca, ha dato le dimissioni dal consiglio damministrazione pure lex rettore della Bocconi Angelo Provasoli, in attesa di presiedere il collegio dei sindaci, e dellarrivo dei nuovi plenipotenziari, Leonardo Carioni, luomo designato da Bossi, e Lucio Stanca, lex ministro berlusconiano, del quale, per la verità, non si ricordano strabilianti performance al dicastero dellInnovazione, cui è riservato adesso il posto di amministratore delegato, con presidente Diana Bracco. Presidente anche dellAssolombarda, la più potente organizzazione territoriale della Confindustria, con quel che fin qui si è visto nessuno sembra aver niente da ridire sul fatto che gli interlocutori della Bracco a caccia di appalti miliardari saranno i suoi stessi soci confindustriali: Ligresti, Caltagirone, Impregilo, Astaldi, Pirelli RE, Risanamento, Cabassi, Gavio, Benetton. Un patente conflitto dinteressi. Ma che volete che sia rispetto allo spettacolo degenere che si è dato al mondo dal 31 marzo dellanno scorso, quando quegli ingenui simpaticoni del Financial Times decretarono che sullExpo si era compattata unItalia bipartisan vogliosa di Grosse Koalition. Figurarsi, non ha resistito neanche la più modesta piccola coalizione di destra, berlusconiani, bossiani, formigoniani e partito trasversale degli affari. Un anno dopo, la nuova rete metropolitana, la grande via dacqua, la grande via di terra, i padiglioni internazionali, il grande ponte pedonale, i parcheggi sotterranei, le autostrade? Giacciono tutti i progetti, mentre lassessore Masseroli, testa di ponte formigoniana e per ovvia traslazione della potente Compagnia delle Opere, calcola la "perequazione delle volumetrie", cioè, tentando di tradurre in italiano, le colate di cemento che più o meno potrà far scorrere nella "città verticale" da due milioni di abitanti, nella colossale operazione immobiliare della "Grande Milano". Resta magari da spiegare chi verrà mai ad occupare tanti metri cubi svettanti verso la Madonnina con lesca degli investimenti dellExpo. Visto che a Milano ci sono già un milione e 640 mila appartamenti. Ma ottantamila sono desolatamente vuoti. Gli uffici sfitti non si contano. Come dire la desolazione in unarea pari a trenta grattacieli Pirelli, secondo il calcolo dellarchitetto Stefano Boeri. Ma che ce ne importa se si attiva la leva finanziaria della banche per i costruttori? Daltra parte, tra pochi mesi anche del Pirellone dovremo decidere che fare, visto che è quasi pronto il Formigone, il grattacielo di 167 metri che Roberto Formigoni ha fatto erigere a suo perenne ricordo per quando sarà chiamato ad ancora più alte responsabilità istituzionali. E probabilmente sarà inseguito da vicende giudiziarie, viste le inchieste che già si aprono sulla distrazione di denaro pubblico negli aggiornamenti in corso dopera. Trecentocinquanta giorni sono già passati in una storia ingloriosa di poltrone e di potere da quel 31 marzo 2008. Abbiamo assistito alliperfetazione policentrica dei poteri, in una logica di «investimento segmentale», privo di «un quadro di riferimento complessivo», come dice il professor Matteo Bolocan Goldstein, docente al Politecnico. Diciamo, per tradurre, il dipanarsi irresponsabile di una molteplicità di azioni in proprio svolte a spennare risorse pubbliche. Così si è perso un anno. Un tempo più che sufficiente alla ndrangheta per organizzarsi al banchetto dellExpo 2015, con accordi di spartizione che prevedono fette della torta a Cosa nostra e alla Camorra. «Gli interessi in gioco con Expo 2015 - è scritto nellultima relazione della Direzione nazionale antimafia - sono maggiori persino di quelli ipotizzabili dalla realizzazione del Ponte sullo stretto di Messina». Mille grattacieli invece di due piloni e unarcata sospesa.