Il giudice per le indagini preliminari ha deciso di non scarcerare Giuliano Soria, il patron del Grinzane Cavour accusato di violenza sessuale e di malversazione, ossia di aver usato i soldi del Premio anche per arricchire se stesso. Dall'italia all'Europa la fiorente industria degli eventi culturali Come sempre in questi casi, i mass media sono impietosi e crudeli, i nemici personali dell'inquisito gongolano, una parte del pubblico si esercita nell'arte dell'indignazione, e qualcuno si lecca pure i baffi pregustando il momento in cui il reo sarà punito. Io non conosco Soria, e ovviamente non so come siano andate le cose. Per , anziché unirmi al coro dei suoi (tardivi) fustigatori, vorrei proporvi un esperimento mentale. Ammettiamo per un attimo, in via di pura ipotesi, che a processo concluso venga fuori che Soria è innocente. In un'eventualità del genere c'è qualcosa che potremmo imparare, comunque, da questa triste vicenda? A me sembra di si. Il caso del Grinzane Cavour, se proviamo a guardarlo con un briciolo di distacco, ci appare assai meno atipico di quanto vorrebbero farci credere i politici che ora si mostrano stupefatti, protestano di essere stati ingannati, o addirittura minaccano di costituirsi parte civile contro Soria. Ma come? Che esista, non solo in Italia ma in tutta Europa, una fiorente industria degli eventi culturali, fatta di premi, festival, rassegne, corsi, convegni, cicli di conferenze, tavole rotonde, talk-show, caffè, simposi, presentazioni, punti di incontro, è noto da almeno vent'anni, Così come è noto che il motore di questa vorticosa industria è un patto reciprocamente vantaggioso fra politici e uomini di cultura, dove i primi cercano instancabilmente di allargare il proprio consenso moltiplicando i «clienti» (operatori culturali e pubblico), mentre i secondi - gli uomini e le donne «di cultura» - sono ben felici di promuovere sé stessi e la propria immagine con armi improprie, ossia non solo mediante le loro opere bensì partecipando attivamente ad ogni sorta di manifestazione cui sia stata data, spesso audacemente, la patente di evento culturale. Che in questo vortice di eventi ci siano pranzi, cene, pernottamenti, itinerari turistici, tappe gastronomiche, generosi cachet, gettoni e rimborsi, ospitalità spesso estese a mogli, mariti, amanti si vede tranquillamente a occhio nudo, senza bisogno di improvvisarsi finanzieri, e non è certo un male solo italiano. Circa quindici anni fa ne parl anche il poeta tedesco ans Magnus Enzensberger, in un saggio significativamente intitolato Eventi e turpitudini (Einaudi 1998), in cui annotava che nella sola Germania venivano creati artificialmente «almeno 30.000 eventi ogni anno». E che la parola «cultura» sia ormai usata come passepartout per significare qualsiasi realtà che abbia un contenuto sociale e pretenda riconoscimento è un'altra cosa che non scopriamo oggi: Alain Finkielkraut descrisse minuziosamente come fossimo arrivati a tanto già vent'anni fa, in un libro memorabile intitolato La défaite de la pensée, la «sconfitta del pensiero» (Gallimard 1987). Quel che forse è meno evidente, invece, è che cosa accade ai cosiddetti uomini di cultura. Qui fu probabilmente Sir Karl Popper il primo ad accor gersi che, con l'allargamento del pubblico e dei canali di trasmissione (in particolare la tv), si creava un enorme squilibrio fra domanda e offertadi prodotti culturali. Pu sembrare stiano a chi pensa che intellettuali e uoriini di cultura siano perpetuamente alla ricerca del mecentate che li sovvenzioni, ma secondo Popper le cose stavano semmai al contrario: la richiesta di prodotti culturali eccede di gran lungaio stock di talenti necessari per soddisfarla, un fatto da cui - profeticamente - Popper derivava il continuo scadimento dei programmi televisivi: se i canali televisivi si moltiplicano, e i produttori di cultura crescono a un ritmo molto pi lento, la conseguenza inevitabile è l'allargamento del mercato a produttori di fascia pi bassa e lo scadimento della qualità dei programmi (Cattiva maestra televisione, Reset 1994). Quel che forse Popper non aveva visto, per , è che il grande circo aveva in serbo un'arma segreta: soddisfare l'eccesso di domanda non solo abbassando la qualità dell'offerta e ridefinendo come cultura qualsiasi stormir di fronde, ma anche cambiando alla radice il mestiere dei produttori di cultura. Oggi la maggior parte di coloro che fanno cultura, compresi quelli che anche con i severi criteri del passato sarebbero definiti degli studiosi o degli intellettuali, passano una frazione considerevole del proprio tempo a promuovere se stessi, viaggiando a destra e a manca per il mondo e spesso parlando di cose su cui non hanno alcuna competenza specifica. Vale per tutti, dai produttoil di cultura pi mediocri ai premi Nobel, questi ultimi sistematicamente invitati - in cambio di soldi, onori, e generose ospitalità turistico-gastronomiche - a tenere conferenze su temi generici, spesso ben poco attinenti al loro campo. E cos'i, anche grazie alla complicità degli uomini e delle donne di cultura, che la politica ha compiuto il suo capolavoro: usare i produttori di cultura per allargare il proprio consenso, e farlo su richiesta dei produttori stessi, ben felici di ottenere premi, inviti, sponsorizzazioni, soste no finanziario e morale. E un male? E un bene? Difficile dirlo, perché in mezzo al fiume di denaro pubblico con cui i politici innaffiano i produttori di cultura ci sono anche tanti isolotti benemeriti, in cui persone appassionate fanno bene il loro mestiere e non spendono pi di quel che appare ragionevole. Quel che è certo, però, è che un'epoca è finita: l'epoca in cui l'autore parlava e incontrava il pubblico solo attraverso le sue opere. Quell'epoca altro non è che la lunga parentesi romantica in cui siamo vissuti dall'inizio dell'800, e che ora si va mestamente spegnendo sotto i nostri occhi. Già, perché, a ben guardare, era quell'epoca - non la nostra - a essere l'eccezione: la cultura è sempre stata cortigiana, al servizio di un principe o di un mecenate. Il caso Soria ce lo ricorda, indipendentemente da come finirà il processo.
Politica e cultura il ritorno del Principe
Il giudice per le indagini preliminari ha deciso di non scarcerare Giuliano Soria, il patron del Grinzane Cavour accusato di violenza sessuale e di malversazione. Il caso del Grinzane Cavour è un esempio di come la politica e l'industria culturale si siano intrecciati per allargare il consenso. L'industria culturale è un settore in cui la domanda di prodotti culturali eccede di gran lunga il stock di talenti necessari per soddisfarla, portando a un allargamento del mercato a produttori di fascia più bassa e allo scadimento della qualità dei programmi.
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