Torino - Una scultura giovanile di Michelangelo a Torino. L'attribuzione è certificata dai massimi studiosi dell'artista che dicono l'abbia eseguita attorno il 1495. Sensazionale. Se è vero, ma non ci sono dubbi in proposito, si tratta del più clamoroso "rinvenimento" del secolo e forse del millennio appena iniziato. Dall'8 maggio prossimo l'opera sarà esposta per alcuni mesi al Museo Horne di Firenze in contemporanea alla presentazione di un voluminoso dossier che descrive il lungo iter dell'attribuzione e la storia dell'opera medesima. Questo "oggetto" di straordinario fascino sul quale si accentrerà tra breve la curiosità e lo stupore del mondo intero è un Crocifisso scolpito in legno di tiglio. Alto appena 45 centimetri ma di una superba fattura rappresenta il Cristo nella classica iconografia della crocifissione e coglie gli istanti estremi dell'agonia del corpo martoriato: i muscoli della braccia ancora tesi, le gambe flesse, il capo reclinato sul petto, la bocca aperta ad esalare l'ultimo respiro. L'opera, a dire degli esperti, segna il passaggio del grande artista rinascimentale dalle prove giovanili alla maturità e vi si trovano già impresse le impronte del suo genio con cui dominerà il secolo attraverso la scultura, la pittura, 1'architettura. Il Crocifisso è stato a lungo studiato, radiografato, sottoposto a mille esami prima di giungere all'attribuzione al Buonarroti. Alla fine il verdetto è stato unanime e l'hanno sottoscritto Giancarlo Gentilini considerato uno dei massimi esperti di scultura antica e Antonio Paulucci, già ministro per i Beni Culturali e autorità indiscussa tra gli storici dell'arte e anche lo storico dell'arte Vittorio Sgarbi concorda sull'attribuzione. Chi l'ha visto da vicino, chi l'ha toccato parla di «emozione mai provata prima», di «brivido e di gioia insuperabili». C'è da credere a tanta esaltazione poiché sono decenni che non viene alla luce un inedito di Michelangelo e ritrovamenti del genere segnano un'epoca. Michelangelo a Torino, proprio così perché ne è proprietario il titolare della galleria "Antichi Maestri Pittori", Giancarlo Gallino. Un altro suo scoop del notissimo antiquario, dopo quello del bistrattato Giambologna che il Comune voleva acquistare ma che lasciò perdere dopo una squallida bega sollevata e montata ad personam da piccoli intriganti locali. Una storia miserevole dove molti si misero in campo in pubblico salvo alla fine ricredersi in privato perché il Giambologna (anche quella volta si trattava di un Crocefisso) venne ritenuto opera autentica dell'artista con tanto di biasimo della magistratura nei confronti di quanti sollevarono il polverone. Pare che Giancarlo Gallino abbia acquistato il Crocifisso ligneo (i particolari affioreranno a giorni nel corso di una conferenza stampa che si terrà a Firenze) parecchi anni fa scommettendo sull'incerta attribuzione michelangiolesca. Un salto nel buio che a distanza di tempo viene ampiamente premiato. Anche in questa occasione non mancheranno di farsi sentire i soliti dissenzienti che troveranno mille appigli per confutare l'autenticità dell'opera. Del resto bisogna mettere nel conto l'invidia e lo smarrimento degli studiosi e presunti tali tagliati fuori dalla partecipazione di un avvenimento che definire storico è davvero poco. Ma sembra impresa davvero ardua replicare alle ragioni con le quali mettono in gioco le rispettive credibilità gli storici che hanno sottoscritto l'attribuzione. Che il capolavoro michelangiolesco resti a Torino appare perlomeno chimerico. Una città che si è lasciata sfuggire l'occasione del Crocifisso del Giambologna non sembra vocata ad un'impresa del genere anche se ognuno comprende che l'acquisizione dell'opera al Museo civico di Palazzo Madama, darebbe prestigio ed immagine ad una Torino che vuole cambiare pelle puntando sull'ipoteca turismo e "città d'arte". Bisogna pure ammettere che l'amministrazione già impegnata a condurre a termine una serie di costosi progetti di rilevante profilo per dotare la città di nuovi servizi e strutture avrebbe obiettive difficoltà a reperire le risorse necessarie all'acquisto del Crocifisso di Michelangelo. Forse soltanto lo sforzo comune di operatori pubblici e privati, e magari attraverso una sottoscrizione pubblica allargata, sarebbe possibile coprire il costo di un'operazione di notevole rilevanza culturale. Anche perché un'opera di Michelangelo a Torino costituirebbe un incentivo turistico di cui a nessuno sfugge la rilevanza. Impossibile quantificare un prezzo e appare persino mortificante ridurre il discorso all'arido conteggio monetario. Però la legge del business vale per chi vende e per chi acquista. Nello stesso tempo come si fa assegnare una cifra ad un'opera di per sé inestimabile? Quanto valgono il Duomo di Milano o la Pietà Rondanini? Un disegno del Buonarroti grande come la metà di un foglio di quaderno, molti anni fa, è stato pagato parecchi miliardi. Fuor di metafora e venendo al pratico, per il Crocifisso michelangiolesco bisogna mettere sul banco diversi milioni di euro. Quanti? Lo stabiliranno i periti in accordo con il proprietario. Una cosa è certa: per volere dell'antiquario l'opera deve rimanere in Italia.