Distrutta con il fuoco dagli Ungari nell'889, l'ecclesia maior viene ricostruita negli anni attorno al Mille. Altre disgrazie: il 12 giugno del 1882 un fulmine centra la cupola maggiore della Cattedrale e si propaga un incendio. Poi le guerre mondiali e il Duomo rischia la stessa sorte della Cappella Ovetari: le bombe aprono squarci sulla chiesa mettendo a nudo l'ossatura delle travi il 30 dicembre del 1917 e il 22 marzo del 1944, anche il Battistero è danneggiato. Ma qui forse sono in garitta angeli custodi più agguerriti di quelli che avrebbero dovuto proteggere il Mantegna. Il Duomo e il Battistero, sono splendide sopravvivenze d'arte e di storia, rimaste in piedi malgrado le insidie del tempo e degli uomini. Il battistero fu costruito alla fine del secolo XII. Il nemico atavico del ciclo di affreschi di Giusto dei Menabuoi, gioiello della pittura trecentesca, è l'umidità. Nel Quattrocento e nell'Ottocento si registrano due sciagurati restauri. Il fiorire delle infiltrazioni spinge Leonetto Tintori, presente anche agli Scrovegni, a strappare dalle pareti e a restaurare alcuni affreschi. Nel 1963, per lo stesso motivo (spanciamenti, distacco della pellicola pittorica), interviene sulla cupola Ottorino Nonfarmale, ma i lavori vengono sospesi. L'ultimo intervento, ed è trascorso circa un decennio, è stato dell'architetto Eugenio Barato il cui studio (lavora con la figlia Marianna) ha ora l'incarico di un controllo strutturale e ambientale del Battistero, un lavoro di analisi storico-filologica, ma anche di bonifica in corso ormai da due anni. Più che di un restauro si tratta di un nuovo disegno inciso nel tessuto urbanistico che modificherà l'aspetto dell'intero complesso basilicale. Alla base di questi lavori, svolti con la passione della scoperta, c'è un concetto cruciale: eventuali sfarinamenti degli affreschi alla sommità della cupola e altre possibili malattie della pittura avranno la loro terapia da parte degli operatori d'arte solo una volta analizzata la situazione complessiva della struttura e questo è stato fatto con un progetto approvato dalla Soprintendenza e seguito in ogni passaggio. E qui comincia l'avventura dell'architetto Eugenio Barato affiancato emotivamente e culturalmente nell'impresa, senza trascurare il supporto finanziario, dal parroco don Piero Lievore. E' accaduto che dopo un secolo di ritocchi più o meno utili, di maquillage più o meno riusciti, si è ripartiti da zero, perché si trattava soprattutto di temperare l'umidità. Sotto il battistero, protette da chiusini, sono state trovate 12 camere di sepoltura, casse e scheletri (probabilmente di religiosi membri di una confraternita). L'umidità a quel livello (l'equipe di Barato si è spinta ad analizzare le radici delle fondamenta a 6 metri sotto il piano di campagna) si addensa come la nebbia padana e imbeve i mattoni a tal punto da riportarli allo stato d'origine di argilla. Questa umidità tende ad arrampicarsi in riccioli di bruma verso la volta del battistero ed è satura di sali, micidiali per gli affreschi. Per poterla stroncare bisognava anzitutto misurarla e quindi calarsi nel sottosuolo tra le casse e gli scheletri, (va detto che l'esistenza di questo sito sotterraneo per quanto assodata dal momento che alcuni passaggi erano protetti da lastre di cemento non risulta certificata da alcun documento) ma la Soprintendenza aveva raccomandato di non toccare niente. Allora Barato si inventa una gabbia per calare gli uomini sul posto con gli strumenti di misurazione. Il marchingegno che viene soprannominato «sommergibile» consente le analisi dell'umidità e il calcolo dello spessore dei muri, tutelando i reperti funerari da qualsiasi manomissione prima dei rilievi della Soprintendenza. Viene anche escogitato un sistema di abbattimento dell'umidità: una serie di fori garantisce la ventilazione del sito disperdendo la concentrazione di condensa. Via l'acqua, quindi e, con il placet della Soprintendenza, luce verde per i lavori. Un altro pericolo pubblico per l'arte, la storia e la memoria è costituito dai colombi. Attorno al tamburo della cupola si era accumulato guano per lo spessore di un metro. Rimuoverlo ed eliminarlo è stata una fatica improba. D'altra parte l'opera di manutenzione sia della Cattedrale che del battistero richiede doti acrobatiche ormai perdute. Gli architetti si sono trovati di fronte ad un rebus che assomiglia un po' al «Mistero della camera gialla» di Gaston Leroux o ad analoghi enigmi nella giallistica di Agatha Christie: l'artifex del telaio di sostegno della struttura lo costruisce attorno a sé come un baco dentro al bozzolo, ma poi come ne esce? E' rimasto imprigionato dentro, ma il cadavere è scomparso? Poi la scoperta di una porticina abilmente mimetizzata, fa tirare un sospiro di sollievo. Si diceva che con il progetto dell'architetto Barato si realizza, nel cuore della città, un'opera di urbanistica completamente nuova, la piazza cambia in parte il proprio aspetto, più che un vestito nuovo è una bella rievocazione dell'antico. Viene infatti ripristinato l'accesso originale al Battistero che avviene dalla porta ovest (il cortile della canonica in via dei Tadi). Si ricostituisce così un cannocchiale prospettico che consente una più congrua leggibilità del vortice pittorico scatenato dal pennello di Giusto. Sarà inoltre corretta la curva di via Dei Tadi a facilitare un passaggio più comodo verso il sagrato. Attualmente dai portici si piomba in mezzo alla strada, con il rischio di farsi arrotare dalle macchine. Ciò, comunque, avverrà nel rispetto dell'integrità degli esercizi commerciali. L'esigenza di rendere vivo l'ambiente impone la presenza di vetrine illuminate. Un'altra sorpresa. La annuncia e la spiega Andrea Colasio, il deputato che ha promosso la riappropriazione del Castello carrarese da parte della città e che è vivamente interessato a tutto ciò che riguarda la storia cittadina al tempo dei signori di Padova: «Proprio dietro il Battistero si apre l'antico brolo, invisibile dal sagrato. Si tratta di un giardino di 600 metri quadrati. Dopo i necessari rilievi archeologici, questa estensione di verde sarà resa visibile attraverso una recinzione di vetro».
PADOVA - Sotto il Battistero c'è la nebbia padana così un architetto ha salvato gli affreschi
Il Battistero di Pieve di Cento è stato distrutto con il fuoco dagli Ungari nel 889. Nel corso dei secoli, è stato ricostruito e restaurato più volte, ma è stato anche danneggiato dalle guerre mondiali e dagli incendi. Nel 1963, l'architetto Ottorino Nonfarmale ha iniziato a lavorare sulla cupola, ma i lavori sono stati sospesi. Nel 2013, l'architetto Eugenio Barato ha iniziato a lavorare sul Battistero, con l'obiettivo di temperare l'umidità e di restaurare gli affreschi. Barato ha utilizzato una tecnica innovativa per misurare l'umidità e ha creato un sistema di abbattimento dell'umidità.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo