A fianco, le rovine lungo l'Appia antica: un paesaggio dove la natura e la storia hanno di nuovo preso il sopravvento, anche grazie all'ultimo intervento della soprintendenza archeologica partito lo scorso febbraio Un po' è il silenzio, la stessa cappa di tempo sospeso tra presente e passato che avvolge i tratti pedonalizzati dell'Appia antica. Un po' è l'odore d'erba bagnata, i profumi di primavera che torni di colpo a percepire. Un po' la natura che ha ripreso il sopravvento: il paesaggio addolcito, i nini e i cioressi oiantati dal- ì'Anas che hanno perso l'aria striminzita di reclute, le pecore al pascolo sui prati cresciuti sopra le collinette artificiali modellate con gli sterri delle gallerie, dove ora il traffico si incanala. Ma è difficile ricordarsi che solo tre anni e mezzo fa questo vallone di campagna era uno spicchio d'autostrada su cui sfrecciavano migliala di macchine. Eppure è proprio qui, tra due canalette rimaste ad evocarne i bordi dei guard-rail, che scorreva la pista d'asfalto del Gra, amputando e isolando in due tronconi la più prestigiosa e la meglio conservata strada consolare della Roma antica. Una assurda ferita inferta all'inizio degli anni 60 e cancellata da un sottopasso del Giubileo, che finalmente comincia a cicatrizzarsi. L'ultimo ritocco è il maquillage a fior di pelle affidato ai tecnici della soprintendenza archeologica e iniziato alla fine dello scorso febbraio. Nel recinto lungo circa mezzo chilometro che delimita il cantiere i lavori sono già avanzati a passo spedito. E hanno già offerto una incoraggiante sorpresa. Smentendole aspettative, sotto i vari strati di asfalto stanno riaffiorando abbastanza integre le tracce dell'Appia antica sepolta. Chiazze intatte del basolato originario, i bordi dei marciapiedi tra cui scorreva la carreggiata, parte dei muretti di pietra con cui a metà Ottocento l'architetto Canina costeggiò i due lati della strada. «Il nostro compito- spiega l'architetto Massimo De Vico che controlla il cantiere - conclusi gli scavi è di ricucire questo lembo di strada con quello risistemato con i fondi del Giubileo: lasciando a vista dove è possibile i vecchi basoli e tappezzando il resto del manto con sampietrini». «Ma l'operazione non finisce qui - precisa Rita Paris, l'archeologa cui è affidata la vigilanza dell'Appia- II piano è di recuperare con gli stessi criteri l'ultimo tratto urbano fino ai confini del comune di Marino. A dare il via manca solo la copertura dei fondi». Già i soldi che non si sa mai quando e in che misura arriveranno. Ma non è l'unico imprevisto che gli archeologi devono affrontare. A creare l'allarme è scattata una nuova insidia: quella dei vandali. Sette giorni fa, un fine settimana in cui il custode era in permesso, i prefabbricati del cantiere sono stati incendiati. Una vendetta? Un' avvertimento. Ma da parte di chi? Più che sugli zingari, accampati in un'area di sosta sull'Appia nuova, e che hanno compiuto qualche irruzione per rubacchiare materiali e attrezzi, il sospetto cade sul micromondo semiclandestino che il riassetto dell'Appia antica ha sfrattato. Via le prostitute che assediavano le piazzole davanti alle barriere del Gra, via il camion bar che serviva i clienti in attesa. Impossibile per le auto scavalcare i marciapiedi e appartarsi tra i monumenti. Ma è un fenomeno difficile da estirpare. Il carosello di prostitute, scambisti, transex, si è riformato subito aldilà del cantiere, dove l'Appia antica è ancora avvolta nel degrado. Lo stesso inquietante spettacolo notturno, che ora crea disagi e difficoltà ai gestori di due lussuosi casali, ristrutturati come luoghi di convegni e ricevimenti per vip. La Soprintendenza archeologica è al lavoro: obiettivo, lasciare a vista i vecchi basoli, tappezzare il resto di sampietrini. E poi recuperare l'ultimo tratto urbano