Ordine di servizio del procuratore capo dopo la protesta del presidente dellOrdine degli avvocati Ronco "Soria, mai più arresti così" Caselli "richiama" i magistrati per le manette dal legale Il procuratore capo Giancarlo Caselli ha stigmatizzato larresto di Giuliano Soria nello studio del suo avvocato: «Bisogna evitare che in futuro si verifichino casi del genere». Lintervento dopo la lettera del presidente dellOrdine degli avvocati, Mauro Ronco. Intanto spunta un altro ragazzo mauriziano nellaffaire Soria. Clandestino anche lui, era stato assunto per tenere in ordine il magazzino: «Mi vessava - racconta - e mi faceva lavorare sette giorni su sette». Il procuratore ai pm: un errore le manette nello studio dellavvocato Il presidente dellOrdine Ronco gli aveva scritto una lettera per protestare: "Atteggiamento poco consono" La risposta del capo dei magistrati "Linconveniente che lei lamenta dovuto in parte alla concitazione del momento" Seppur nella polemica, i toni sono cordiali e tesi a rimarcare il reciproco rispetto. Entrambi esprimono rammarico per quanto successo, la speranza e limpegno affinché «laccaduto non si verifichi mai più». Laccaduto è larresto di Giuliano Soria, il patron del premio Grinzane, avvenuto nella sala dattesa dello studio del suo difensore, lavvocato Roberto Piacentino: proprio il luogo dellarresto è loggetto delle lettere tra il presidente dellordine degli avvocati Mauro Ronco e il procuratore capo Giancarlo Caselli, con successiva e-mail del magistrato a tutti i suoi sostituti. «Vi trasmetto copia della corrispondenza intercorsa - scrive Caselli ai pm - affinché ne prendiate visione: anche per adottare le misure necessarie ad evitare che in futuro si verifichino casi del genere». Linvito del procuratore capo è dunque chiarissimo: meglio non far scattare le manette negli studi legali. Anche perché sul punto, si legge nella sua missiva, Caselli ha assicurato a Ronco «ogni impegno ad evitare che linconveniente possa in qualunque modo ripetersi in futuro». «Illustre procuratore - gli aveva scritto lavvocato Ronco il 13 marzo - mi rivolgo a lei allo scopo di segnalarle un episodio che mi ha provocato un forte rammarico, riferitomi dallavvocato Roberto Piacentino, stimatissimo iscritto allordine di Torino. Nel pomeriggio di ieri 12 marzo il professor Giuliano Soria è stato arrestato nella sala daspetto del suo studio, mentre era in attesa di conferire con lui. Il giorno precedente - sempre secondo quanto riferitomi dallavvocato Piacentino - lo stesso aveva informato il pubblico ministero competente per le indagini che lindagato aveva intenzione di effettuare la sua nomina come difensore di fiducia in sostituzione del precedente difensore. Naturalmente gli studi degli avvocati non sono luoghi di extraterritorialità. Tuttavia non mi sembra che, ove non ricorrano situazioni di particolare emergenza, sia consono, anche in relazione alla tradizione di collaborazione tra lavvocatura e la magistratura inquirente torinesi, che larresto dellindagato avvenga nello studio del difensore: ciò per la dignità dellavvocato e per il rispetto dovuto allesercizio dellattività difensiva, tenendo conto altresì, peraltro che un simile fatto è idoneo a ingenerare sfiducia nel rapporto tra lassistito e il suo difensore». «Ho desiderato portarla a conoscenza dellepisodio - conclude Ronco - non allo scopo di creare un conflitto ma di rimarcare le garanzie di cui lattività difensiva deve essere sempre circondata». Immediata la risposta di Caselli, lo stesso giorno, e il suo impegno a evitare possibili repliche e ulteriori polemiche: «Senza infingimenti retorici di sorta, ma per autentica e profonda convinzione le riconfermo il più assoluto rispetto (sia personale sia dellufficio che dirigo) per la dignità dellavvocatura e per il ruolo decisivo e insostituibile che il libero esplicarsi della sua attività riveste in uno Stato di diritto». «Linconveniente che lei lamenta - scrive ancora Caselli - dovuto in parte alla concitazione del momento, (inconveniente di cui ben colgo i profili che motivano il suo rammarico) mi induce ad assicurarle che vi sarà - da parte dei componenti e dei collaboratori tutti del nostro ufficio - ogni impegno per evitare che esso possa in qualunque modo ripetersi in futuro». Poi il procuratore ha preso carta e penna e ha scritto lordine di servizio ai procuratori aggiunti e ai sostituti: sette righe (accompagnate dallo scambio di lettere con Ronco) per chiedere ai magistrati maggiore prudenza in futuro. Un altro caso Soria non è ammissibile. Mauriziano come il grande accusatore, è stato chiamato in via Montebello nellestate 2007: anche lui clandestino "Io, sfruttato e vessato dal professore" Spunta un altro Nitish nellaffaire Soria «io e Nitish non ci conoscevamo assolutamente prima di arrivare in via Montebello - racconta A., 27 anni - Lui lavorava in casa del professore come maggiordomo, io nel magazzino del premio, quello che chiamavano "ufficio operativo". Lo avevo intravisto qualche volta, ma non gli avevo parlato, credevo addirittura fosse dello Sri Lanka. Lui, invece, credeva fossi brasiliano, perché Soria gli aveva detto che venivo di lì. Chissà, forse temeva che facessimo comunella parlando in creolo». A. era arrivato al premio tramite unagenzia di lavoro interinale. «Era agosto 2007, poco dopo il mio arrivo in Italia - spiega - il problema era che non avevo il permesso di soggiorno e quindi nessuna possibilità di trovare lavoro. Soria invece è stato lunico che mi ha assunto, ovviamente in nero». Nessun timore di controlli, che arrivasse qualche ispettore a verificare. Forse Soria pensava che in quegli scantinati, nei buchi delle mura dovuti al cantiere di ristrutturazione, ci sarebbe stato comunque un modo per nasconderlo. E infatti il giovane magazziniere proprio da quel dedalo di nascondigli è riuscito ad allontanarsi, un mese fa, quando per la prima volta i finanzieri sono entrati negli uffici del premio per la perquisizione che ha fatto esplodere lindagine. «Avevo paura perché sono senza permesso - racconta A. - sapevo che avrei rischiato il rimpatrio e allora sono riuscito a scappare. Ma poi la finanza mi ha ritrovato e mi ha fatto un sacco di domande». Nitish e A. Stessa patria, una coincidenza per una comunità relativamente piccola. Stesso destino affidato alle mani del patron del Grinzane. Stesso trattamento, anzi, maltrattamento. Unaltra storia di sfruttamento e lavoro nero. «Lavoravo dieci ore al giorno, sette giorni su sette, al massimo mi lasciava libera la domenica pomeriggio e lo stipendio non era certo allaltezza - continua il giovane mauriziano - Il mio compito era di mettere a posto il magazzino, preparare i pacchi da spedire, smistare quelli che arrivavano, sia quelli del premio che quelli privati del professore. E poi pulivo gli uffici e le scale. Una volta sono inciampato in un gradino e mi sono provocato una distorsione alla caviglia: allospedale mi hanno detto di stare a riposo dieci giorni, lui non solo non si è preoccupato del fatto che si trattava di un infortunio sul lavoro, ma non mi ha nemmeno chiesto come stavo». Vessazioni durate mesi. «Una volta ha urlato davanti a tutti che mi tagliava lo stipendio perché aveva trovato una ragnatela. Ma non avevo altra scelta, lunica mia preoccupazione era ottenere il permesso di soggiorno, che lui mi ha sempre promesso, ma non ha mai mantenuto limpegno. Trovava qualunque scusa, mi diceva "tra due settimane ne riparliamo, devo vedere come lavori". Ma il tempo passava. Quando cè stato il decreto flussi speravo potesse essere il momento giusto. Invece mi ha fatto compilare una domanda ma diceva che cerano degli errori, che non sapevo scrivere in italiano, e alla fine non lha presentata». La voglia di lamentarsi, di denunciare, di farsi sentire era stata placata, negli ultimi tempi, da un trattamento un po più umano. «Mi aveva chiesto se cera qualcosa che mi preoccupasse e gli avevo raccontato che ero costretto a cambiare casa e nessuno me ne affittava una perché sono clandestino. Lui mi ha aiutato a trovarne una». Era gennaio, un mese prima che il Grinzane precipitasse nel fango. Un cambio di rotta e di atteggiamento che non ha salvato Soria dallo scoppio dello scandalo. La curiosità "Salvate il castello dalla gogna" «Salviamo limmagine del Castello di Grinzane Cavour, un monumento che racconta novecento anni di storia, dalla valanga che sta investendo il Premio Grinzane e il suo patron Giuliano Soria». E lappello che il senatore cuneese Giuseppe Menardi (Pdl) rivolge ad amministratori, istituzioni, amici del Cuneese «per non vedere il Castello diventare emblema di uno scandalo nazionale». In realtà il Castello di Grinzane Cavour è un bellissimo luogo, con innumerevoli saloni affacciati sulle Langhe, reso noto dal Premio di Soria, ma anche sede di un suggestivo ristorante, dellEnoteca Cavour, dellOrdine dei Cavalieri del tartufo e dei vini dAlba; dellOnaf, della raccolta dei cimeli cavouriani, del museo etnografico».