martedì 10 marzo 2009 Recentemente il Comune di Napoli ha presentato il Piano di Gestione dell'area Unesco. Titoli incisivi della stampa hanno così seguito il corso degli eventi: NAPOLI - Il piano del Comune per larea Unesco (Repubblica, 5032009); NAPOLI - Oddati chiede condivisione "Metà dei lavori dopo il 2011" (Repubblica, 5032009); NAPOLI - Centro storico, scontro sul piano del Comune (Repubblica, 6032009); NAPOLI - Centro storico, Oddati rilancia "Aperti al confronto sul piano" (Repubblica, 8032009). Il Grande Programma per il Centro Storico di Napoli, Patrimonio dell'Umanità Unesco dal 1995, si basa sullo sviluppo di una serie di interventi sul tessuto storico della città partenopea che si snoda su una superficie di circa 700 ettari, costituitasi in un arco di duemila anni di storia. Naturalmente la presenza molteplice di testimonianze storiche ed artistiche fanno si che sia necessario un notevole sviluppo di risorse e di energie, volte alla salvaguardia ed alla tutela al fine di ottenere una corretta affermazione dell'identità culturale. Purtroppo, nel corso di questi anni, a seguito dei mancati interventi di restauro e riqualificazione dal post-terremoto del 1980 ad oggi, la maggior parte di questo patrimonio -ed in modo particolare il patrimonio chiesastico- risulta non accessibile al pubblico ed in stato di degrado (ArteDintorni: La dis-gestione del patrimonio monumentale di Napoli). Nonostante ciò il Centro Storico Patrimonio Unesco conserva ancora la su unicità grazie ai suoi monumenti simbolo, alle armonie stilistiche, alle affinità di spazi e di architetture, ai vicoli dove si ergono portali giganteschi, agli alti campanili ed alle guglie commemorative, ai prestigiosi palazzi, alle piazze, che conferiscono a Napoli un valore culturale universale. Il Piano di Gestione, oggetto di dibattito in questi giorni, dovrebbe quindi essere un progetto sistematico nel quale si precisa l'organigramma degli interventi necessari per la tutela, la conservazione, la riqualificazione urbana della città. Va sottolineato che i fondi, che questo Piano dovrebbe gestire, rientrano nei finanziamenti strutturali europei 2007-2013, stanziati dall'Unione Europea per un importo di circa 220 milioni di euro, e rappresentano l'unica opportunità per il recupero ed il rilancio del patrimonio storico-artistico (ArteDintorni: La riqualificazione urbana del centro storico di Napoli riparte dall'UE). Dunque appare chiaro che si tratta di un'occasione più unica che rara! Ed ecco il perché di tanta attenzione da parte dell'intellighenzia napoletana, delle associazioni sindacali, dell'università, delle associazioni cittadine e delle municipalità. Proviamo a capire perché questo piano avrebbe deluso le aspettative. Forse quello che ci si aspettava dal Piano era un progetto di gestione e di analisi dei vari contesti, aldilà dei meri dati statistici riportati, alcuni dei quali relativi al 2001. In fase preliminare si aspettava un'analisi approfondita delle singole aree Unesco, magari con una classificazione e catalogazione di tutte le opere presenti che individuasse le vulnerabilità dei monumenti e del contesto nel quale si trovano. In seconda fase ci si aspettava l'elaborazione di un organigramma di interventi per aree collegate tra loro da valori intrinseci (su questo aspetto ci arriveremo dopo con più chiarezza). Si legge dal Documento di Orientamento Strategico del Grande Programma per il Centro Storico Patrimonio Unesco che "la strategia si concentra su interventi ed azioni su tre assi di priorità che prevedono: implementazione di interventi infrastrutturali sul tessuto urbano e il sostegno di progetti volti a migliorare l'efficienza; l'innovazione delle attività imprenditoriali sostenendo la creazione e lo sviluppo di nuove forme di imprenditoria; la creazione di nuove imprese e il miglioramento dei sistemi di protezione sociale". Tale strategia risulta basata solo su un quadro strategico globale del centro urbano, mentre manca di una fase di diagnosi preliminare della vulnerabilità dei Beni Culturali e del Sistema Culturale con conseguente indicazione delle specifiche esigenze delle singole aree Unesco. Quello che traspare dal Piano è un'elencazione di interventi su singoli zone o monumenti, concettualmente anche interessanti (come ad esempio la riqualifica dell'area di Piazza Mercato), ma che rischiano di risultare insufficienti o di presentare un monumento restaurato, e quindi recuperato, ma estraneo all'ambiente circostante. Per non correre questo pericolo il Piano doveva sottolineare il primato dell'architettura nell'ambito della progettualità delle varie aree Unesco, in quanto solo l'Architettura è garante di rinnovamento e capace di qualificare le zone dove l'uomo vive, attraverso la creazione di ambienti, di spazi ed attraverso l'integrazione degli edifici preesistenti con nuove strutture capaci di migliorare la vita, la socialità, la salute e la felicità dell'uomo. Seguendo questo diktat si potranno evitare quei presunti interventi di riqualificazione urbana, più volte adottati in questi anni, che prevedano la messa in opera di elementi decontestualizzati di arredo urbano, quali ad esempio i paletti parapedonali, svincolati da qualsiasi criterio architettonico sia sotto il profilo funzionale che estetico (ArteDintorni: Le protesi ... della strada: i paletti). L'intervento di riqualificazione quindi non può operare in modo estraneo al tessuto urbano realizzando sporadiche operazioni sul luogo e sui monumenti (testimonianze uniche del passato, ma così facendo sepolte dal passato stesso). Non si può ad esempio concepire l'inserimento di una galleria d'arte in luoghi dove esiste un elevato rischio per la stabilità degli edifici, come dimostrato dal crollo di un palazzo solo pochi mesi orsono. Questo limite del Grande Programma per il Centro Storico Patrimonio Unesco viene sottolineato nell'implementazione del Piano di Sviluppo Urbano, quando si mette in risalto che gli interventi programmati per il POR 2000-2006 nell'ambito del PIT sono interconnessi con gli obiettivi del Grande Programma per il Centro Storico. Non che sia sbagliato concepire un piano sinergico ed interconnesso con gli interventi previsti nell'ambito del PIT Grande Attrattore Culturale, ma di certo il Grande Programma non può limitarsi solo ad ampliare la lista di questi interventi senza elaborare un programma di riferimento ed integrazione di valorizzazione delle varie aree Unesco. Il Grande Programma per il Centro Storico Patrimonio Unesco, quale mezzo di integrazione di tutti i progetti esistenti e dei progetti in via di sviluppo, non può ad esempio prescindere dall'arricchimento e dall'integrazione relativa alle grandi opere dei cantieri della Metropolitana. Anche se qualcosa in questo senso è stato elaborato, come ad esempio l'idea di creare un "continuum pedonalizzato da Piazza Matteotti a Piazza del Plebiscito", altre zone (anche limitrofe) sono state trascurate. E' il caso della Chiesa di Santa Maria di Portosalvo, portatrice di valori artistici, simbolici e religiosi, frutto della connessione secolare tra l'edificio di culto ed il porto. La chiesa, ridotta oggi a spartitraffico tra via De Gasperi e via Marina, è stata esclusa da qualsiasi piano di riqualificazione urbana dell'area monumentale tra città e porto, nell'ambito del piano di gestione, nell'ambito dei progetti che prevedono la riorganizzazione dello scalo marittimo, nell'ambito della sistemazione del contesto monumentale e portuale, con l'allestimento di nuovi spazi urbani, scaturito dalla creazione della Stazione Metropolitana di Municipio. Un altro esempio ci permette di chiarire quanto accennato sopra. La metodologia da seguire per qualsiasi area Unesco è la presa di coscienza che il centro storico è un Sistema Culturale ampio, alla stregua di un sito archeologico e come tale deve essere consegnato al pubblico secondo un criterio preciso, che da un lato sottopone il Bene Culturale al passaggio obbligatorio di atti conservativi, mentre dall'altro rende indispensabile l'acquisizione dei dati relativi alla storia del Bene e del suo complesso, ai servizi ed alle infrastrutture ad esso collegate. Gli interventi sul patrimonio dovranno organizzare l'operato, tenendo presente l'unità del complesso e suddividendolo in Settori e Sistemi. Per Settore si intende un'area monumentale nella quale possono essere presenti una o più unità monumentali riconducibili ad un unico complesso o in origine ad un unico microsistema. Due esempi su tutti: il "Microsistema dell'antico borgo di Tarsia" nel quartiere Avvocata costituito da numerosi complessi monumentali, oggi in degrado, quali la chiesa di San Giuseppe delle Scalze a Pontecorvo, la Chiesa del Gesù e Maria, il complesso monastico di San Francesco delle Cappuccinelle e soprattutto Il Palazzo del Principe Ferdinando Vincenzo Spinelli a Tarsia, il cui cortile oggi è sede di un parcheggio non autorizzato, che tra il 600 ed il 700 costituivano un'unità indipendente della vita cittadina fuori dalle mura della città; il "Microsistema Duomo" costituito, oltre che dalla Cattedrale, dalla Chiesa di Girolamini, , il Museo Filangieri, il Lazzaretto, il Convento di San Giuseppe dei Ruffi, le Chiese di Santa Maria di Donnaregina Vecchia e Donnaregina Nuova, il Museo Madre, la Chiesa di San Giorgio Maggiore e Pio Monte della Misericordia, che costituisco un'unità culturale introvabile in ambito europeo. Per Sistema invece si intendono itinerari, strutture, percorsi didattici, interventi unificati che riguardano tutto il complesso o comunque più settori. Una volta individuato il Settore e le Singole Unità Monumentali che lo compongono si potrà procedere all'analisi dei diversi edifici e delle differenti strutture. In conclusione un altro punto preoccupa chi ha a cuore il patrimonio artistico di Napoli: cosa accadrà quando questi fondi finiranno? Si correrà di nuovo il rischio che il patrimonio monumentale declini in una condizione di degrado ed abbandono? A tal proposito sarebbe stato opportuno destinare una serie di fondi allo costituzione di un Piano di Manutenzione Programmata del Centro Storico, con interventi periodici da svolgersi nell'arco cronologico di più anni, che prevedesse una strategia di manutenzione ordinaria ed integrata dei Beni di Napoli, concepito sulla base delle informazioni sul valore, sulle indagini materiche e soprattutto sulla vulnerabilità dell'oggetto. Gli interrogativi quindi restano, ma c'è da sottolineare che -a differenza del passato- le parti coinvolte nel dibattito sono disposte ad un serio e proficuo scambio d'idee. È ormai chiaro che è in gioco il destino di Napoli, che si prepara a giocare la partita più importante per la sua rinascita.