«Date a cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio» (Vangelo di Matteo, XXII, 21) Ci sono due vicende, nelle cronache torinesi di questi giorni, allapparenza lontane e discordanti (una certamente più vicina a Cesare e laltra più vicina a Dio), ma che costituiscono le due facce di unidentica realtà o, per meglio dire, dellunica questione legata a una delle nuove vocazioni della città: quella della cultura, delle grandi manifestazioni e del loisir. Qualcosa che ha a che fare con quel tema postolimpico affrontato ieri su queste stesse pagine da Salvatore Tropea: il lento (ma in qualche caso rapidissimo) perdersi dei ritmi, delle abitudini e delle novità che lo straordinario evento del 2006 aveva quasi imposto a Torino e lincapacità manifestata, mutati tempi e soprattutto le condizioni finanziare di allora (laddio a contributi altrettanto eccezionali, la crisi economica cominciata nellautunno scorso), di inventarsi un modo più austero ma ugualmente efficace per non smettere di alimentare quella vocazione. Ci riferiamo alla recente audizione in Comune di Angelo Benessia, presidente della Compagnia di San Paolo (il solo e vero «bancomat» rimasto alla cultura pubblica subalpina) e alla notizia un po imbarazzante (per la Curia torinese) secondo la quale la prossima ostensione della Sindone avrà degli sponsor: a cominciare da una nota marca di abbigliamento che, decenni fa, fu messa sotto accusa per una pubblicità ritenuta «blasfema». Partiamo allora da Benessia. Lavvocato daffari scelto da Chiamparino per guidare la potentissima fondazione bancaria torinese ha forse pronunciato, venerdì scorso, lintervento più importante in questi primi mesi di gestione della Compagnia. Tre i concetti fondamentali espressi dal presidente: basta col finanziamento di grandi ed onerose mostre "esterne", stop a qualsiasi ulteriore acquisto per il nuovo Museo di Arte Orientale («Compreremo solo quando avrete imparato a memoria il nome di tutti gli oggetti esposti») e infine un giudizio impietoso sul restauro di Venaria, un "gioiello" che però manca di una vera missione espositivo-culturale. Un riassunto molto saggio delle critiche più recenti rivolte alle politiche culturali pubbliche torinesi e, nello stesso tempo, un invito esplicito per scelte più oculate e meno faraoniche (negli stessi giorni dello "scandalo Grinzane Cavour"): critiche che erano state sino a oggi respinte al mittente con molta superbia e arroganza ma che adesso, pronunciate da Benessia, potrebbero ottenere unaccoglienza ben diversa. La questione più importante sollevata dal presidente della Compagnia resta senza dubbio quella della Reggia di Venaria: con un numero di visitatori ormai stabilizzato e senza più prospettive di crescita, essa rimane un guscio dorato ma vuoto. Affidata tuttora agli artefici tecnici del suo restauro, è da un anno senza una guida capace di pensare innanzitutto (anche in un periodo di profonda crisi) al suo immenso problema: qual è lidea giusta per "riempire", e non solo fisicamente, quello stupendo spazio? Lostensione della Sindone, invece, costituisce la rappresentazione quasi rovesciata dellidentica questione, ma è anchessa riconducibile, inevitabilmente, alla "sindrome postolimpica". Dal 2006 in poi, infatti, a Torino tutto sembra per forza dover assumere i contorni dellopulenza e della grandiosità, mentre nulla invece sembra più possibile secondo i canoni dellintelligenza, innanzitutto, e poi della sobrietà. Neppure in vicende che riguardano la fede e la religione cattolica. Così, ecco un sacerdote, responsabile del Comitato scientifico che studia il Sacro Lino, spiegarci che non è più possibile pensare a unostensione "povera" come quella del 1978 (che ebbe tra i suoi visitatori anche lallora vescovo di Cracovia, Karol Wojtyla) e che, negli Anni Duemila, persino i pellegrini sono abituati alle comodità: così, via libera agli sponsor e agli stand pubblicitari lungo il percorso di avvicinamento allaltare del duomo. Ma a chi più è stato dato più sarà richiesto, direbbe il Vangelo, e dunque pure dalla Chiesa torinese si dovrebbe pretendere di più in periodi di profonda crisi economica: anche in questo caso con uno sforzo di intelligenza e di fantasia (e, visti gli interlocutori, soprattutto di austerità) che permetta di sostituire i finanziamenti che mancano. La Sindone vive da decenni unesistenza travagliata: sottoposta al primo e unico controllo scientifico della sua storia, essa si è rivelata (come annunciò lo stesso arcivescovo di Torino, Anastasio Ballestrero) un falso del medioevo. Da altrettanto tempo si discute allinterno della Chiesa sulla possibilità di effettuare nuovi esami per dimostrare che quello compiuto con il Carbonio 14 fu influenzato da elementi esterni. Una decisione non è mai stata presa, mentre invece si susseguono le ostensioni con una rapidità sconosciuta nei secoli precedenti. Una scelta della Chiesa che può essere approvata o criticata, ma che essa è libera di compiere. Resta aperto però un interrogativo, anche per chi non crede e anche senza il bisogno di citare lepisodio di Gesù che scaccia i mercanti dal tempio: chi mai potrà seriamente invitarci alla moderazione se anche i cardinali e i preti cedono alla logica dellubriacatura olimpica e dei "consigli per gli acquisti"?