Il nostro Presidente del Consiglio, una ne fa e laltra ne pensa. Lultima sul "Piano casa" è davvero grossa ed ha tutto il sapore della trovata di uno che passa in tram, senza rendersi conto di quel che si dice. Stupisce che a livello di analoga ignoranza del significato dellidea reagisca la stampa, e questo è il segno del livello al quale si è giunti. Lasciamo stare i soldi impegnati per costruire nuove case (e non per rendere dignitose quelle di edilizia economica e popolare fatiscenti), lasciamo stare la trovata per lo sveltimento delle procedure (non basta la DIA? Occorre davvero allargarla?) ma soffermiamoci sul cosiddetto ampliamento del 20 o rifacimento con premio 3035. In primo luogo, è una bufala. Ma tuttaltro che innocua. Poniamo che le Regioni accettino di legiferare. Non tutte, speriamo. Una volta che la legge regionale consentirà ciò, saranno i Comuni a regolamentare la cosa. Come? Si spera attraverso i Piani Regolatori. Questi ci sono già, e molti di questi consentono aumenti di cubatura, ma su aree ed edifici precisamente identificati per loro idoneità, per il controllo che in sede di formazione del piano si è fatto relativamente alla presenza di opere di urbanizzazione e di servizi e, soprattutto, per aver operato le necessarie verifiche ambientali e paesaggistiche. Ecco perché ho detto che lidea è una bufala. In un paese normale tutte le cautele descritte verrebbero poste in atto e pertanto leffetto, precisamente controllato, non si discosterebbe di molto rispetto alle condizioni attuali che, come ho detto, sono già presenti. Ma per capire lefferatezza del nostro (di cui è persino inconsapevole per profonda ignoranza della materia) occorre soffermarsi sul fatto che lui parla di un provvedimento la cui caratteristica è la "generalizzazione", mentre invece la caratteristica del patrimonio edilizio è la specificità. Allora, escludiamo subito gli edifici vincolati; escludiamo anche, si spera, gli edifici allinterno dei nostri centri storici. Rimarrebbe tutto il resto, e cioè di gran lunga il più. Se confrontiamo questo più con il decisamente meno indicato dai piani regolatori, ci rendiamo conto di qual partita efferata possono giocare i Comuni più spavaldi e culturalmente fragili. Il fenomeno può procurare danni di una dimensione enorme, irreversibili e che sarebbe opportuno valutare: se alcuni proprietari (tanti, per carità) ne trarranno vantaggio individuale, sarà la comunità a subire le più gravi conseguenze. Aveva ragione un grande maestro dellUrbanistica, la cui invettiva nel Consiglio Comunale di Roma negli anni 50 suonava così: "Ciò che mi fa paura non sono le vostre idee e le vostre ragioni, ma è la vostra ignoranza".