la storia La storia ha inizio un po' prima di Natale. All'ingresso del Museo delle Terme di Diocleziano si presenta un architetto accompagnato da un fotografo: entrambi esibiscono agli uscieri e ai dirigenti un permesso speciale firmato dal ministero dei Beni Culturali. Nessuna sala può essere preclusa ai due tecnici: neppure quelle che, ufficialmente, sono chiuse al pubblico, ma non per ragioni di sicurezza o per negligenza, semplicemente perché il museo non dispone di soldi sufficienti per tenerle aperte ai turisti normali. Cosa fossero andati a fare architetto e tecnico lo si è capito qualche mese dopo. Quando è arrivata, pochi giorni fa, alla direzione del Museo la richiesta di un "prestito" di tre (ma sarebbe corretto dire quattro e vedremo dopo perché) statue, da parte di Palazzo Chigi. Dovrebbero essere sistemate, "fino al termine della legislatura" a Palazzo Chigi. E il fotografo cosa c'entra in questa vicenda? Lo si è capito negli ultimi giorni: le statue prescelte sono state già riprodotte a grandezza naturale per essere collocate nelle varie stanze della Presidenza del Consiglio e "vedere come stanno". Ma non basta: l'architetto non si è limitato a stilare un elenco, vorrebbe anche qualche intervento tecnico. Il primo gruppo marmoreo prescelto riguarda l'innamoramento di Marte e Venere. È già decisa la futura e temporanea collocazione: alla sommità dello scalone d'onore di Palazzo Chigi, per accogliere gli ospiti in visita ufficiale in Italia. Il problema è che la dea non ha più le mani. «Si prega di provvedere al restauro», è il senso della richiesta. Non è chiaro se si intenda una ripulitura del gruppo marmoreo, o se si vorrebbe anche che fossero ritrovati gli arti, andati perduti nei secoli scorsi. Infatti la seconda statua è quella di una figura maschile in toga, forse un giudice. Ma anch'essa è incompleta e allora le si «dovrebbe trovare una testa». L'ultima statua richiesta è quella di un Piccolo Ercole in veste di Dioniso. Ma neppure questa va bene così com'è: «Sarebbe bene affiancarla con qualcosa di femminile»è la richiesta degli arredatori di Palazzo Chigi. Ed ecco da cosa nasce la incertezza: il conto complessivo dovrebbe arrivare a quattro statue, visto che la "presenza femminile" andrebbe conteggiata. Anche la collocazione delle altre statue è stata stabilita dall'architetto: abbelliranno lo studio privato del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Dal museo, oltretutto, per qualche mese mancherà anche una delle statue più belle in assoluto che l'antichità ci ha tramandato: quella bronzea del "Pugile delle Terme" o "Pugile a riposo". Sarà trasferita (ma per un mese solo) al Senato dove i visitatori di Palazzo Madama potranno ammirarla. Tutt'altra questione quella che riguarda i Bronzi di Riace: anch'essi sono sul punto di essere imballati e trasferiti. Viaggeranno da Reggio Calabria all'isola della Maddalena, dove faranno gli onori di casa per la riunione del G8. A far discutere, però, sono soprattutto le statue richieste dalla Presidenza del Consiglio. E non tanto il gruppo di Marte e Venere, che andrebbe ad abbellire la parte visibile di Palazzo Chigi, quanto quelle che finirebbero nello studio del premier: l'opposizione ha già criticato le tendenze "napoleoniche" del Premier. La prassi del prestito di opere d'arte da parte di musei non è raro: quando Prodi era presidente di turno della Commissione Europea, a Bruxelles furono inviate due grandi Lunette del pittore settecentesco Carlo Maratta. E poi, negli anni, sono numerosissimi i dipinti e le opere inviate presso ambasciate e istituti ufficiali. Nel caso di un "prestito" sul territorio nazionale è sufficiente il visto del Soprintendente ai Beni culturali; e, in questo caso, appare già scontato. Angelo Bottini ha già dato il suo assenso di massima per due ragioni: la prima è che le sale che ospitano le statue resteranno chiuse al pubblico per qualche anno ancora (in attesa di maggiori fondi) e, secondo, «Non risultano di grande interesse artistico». L'unica clausola che dovrà essere rispettata è la restituzione delle opere: al più tardi entro cinque anni. Certo, in passato, non sono mancati incidenti legati ai "prestiti" delle opere d'arte. A metà degli anni Cinquanta una tela del pittore veneziano Marco Benfial, era stata prestata alla Corte dei Conti. Quando si trattò di restituirla, gli esperti del Ministero dei Beni Culturali si accorsero che la tela era stata sostituita con una tela di un modesto pittore fiammingo. L'opera di Benfial era stata invece abilmente smontata dalla cornice e trafugata, lasciando intatta persino l'etichetta con l'indicazione originaria dell'autore. Curiosità: una decina d'anni dopo, un esperto d'arte fotografò il dipinto in una galleria d'arte romana in via del Babbuino. Ma i carabinieri, informati, non fecero in tempo a recuperarla: da allora non se ne sa nulla.