La guerra dell'arte. Berlusconi? E' un nuovo Napoleone! Nei giorni in cui il capo del governo viene etichettato dall'opposizione come «clerico-fascista», l'accostamento all'Imperatore di Francia potrebbe apparire quasi affettuoso. Ma è ben diverso - e altamente corrosivo - l'intendimento della onorevole Manuela Ghizzoni, del Pd, che ieri pomeriggio ha fatto diffondere un comunicato col quale denuncia la richiesta del Presidente del Consiglio di trasferire a Palazzo Chigi quattro antiche statue romane, residenti in una sala del Museo delle Terme di Diocleziano. Denuncia la Ghizzoni: «Si tratta di statue di alto valore, attualmente non esposte al pubblico» e sarebbe «una scelta profondamente sbagliata» «precluderne al pubblico la fruizione», usandole invece «per il decoro degli spazi privati del presidente del Consiglio», allo scopo di «soddisfarne i vezzi napoleonici". Con velata allusione alle razzie di opere d'arte di cui fu protagonista Napoleone Bonaparte durante le sue campagne militari e che hanno reso ancor pi bello il Louvre. E dunque l'onorevole democratica chiede al ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi di «fare luce» sulla vicenda. Un approccio sospettoso che ha dato la stura ad un escalation lessicale, al punto che l'onorevole Pierfelice Zazzera dell'Italia dei Valori è arrivato a dire: «Quanto dovremo attendere prima che il cesarismo di Berlusconi tracimi del tutto e si arrivi a trasferire il Colosseo ad Arcore?». Accuse fiammeggianti, ma in realtà il prestito di opere d'arte da parte dei musei a sedi di rappresentanza dello Stato è una prassi che dura da moltissimi anni, un fenomeno consolidato e arcinoto, se si pensa che il primo trasferimento di questo tipo risale al 1908. E dunque è vero, come sostiene l'onorevole del Pd, che una formale richiesta è pervenuta al ministero dei Beni culturali da parte del governo ed è vero che si tratta di statue da molti anni non visibili al pubblico. Tutto vero, ma è altrettanto vero che Berlusconi non è il primo capo di governo che chieda opere d'arte in prestito. Per fare solo un caso, tra i tanti: l'11 settembre del 1997, allora regnava Romano Prodi, durante un incendio a palazzo Chigi and distrutto un quadro di Agostino Tassi, che era stato trasferito al governo dalla Galleria di arte antica di palazzo Barberini. Ma l'onorevole Ghizzoni, una di quelle parlamentari emiliane iperattive e alla mano ("ho 46 anni, sono sposata con Carlo», è l'incipit della sua autobiografia nel sito Internet) se da una parte sembra ignorare questi precedenti, dall'altra diventa più insidiosa quando allude ad un uso privatistico delle statue, sottratte ad una potenziale fruizione collettiva. In altre parole, trasferire le opere dal buio di una stanza di museo a palazzo Chigi (altrettanto impenetrabile) rappresenterebbe un prolungamento dell'invisibilità. Replica il sovrintendente all'archeologia di Roma Angelo Bottini: «Sì le statue sono state richieste, saranno prestate a palazzo Chigi, sono tre e non quattro, ma non vedo lo scandalo: sono opere non esposte al pubblico e neanche fra quelle richieste frequentemente in visione dagli studiosi». E soprattutto - ecco il dettaglio destinato a spegnere il fuoco polemico - la più importante delle opere (Venere e Marte di età antonina) sarà collocata alla sommità dello scalone d'onore e dunque sarà ben visibile agli ospiti, mentre le altre due finiranno nello studio del premier. E Berlusconi? Come ha fatto a scovare proprio quelle statue? Raccontano che le abbia viste ai primi di dicembre al Museo nazionale romano subito dopo la presentazione del logo del G8 e che, dopo averle riviste, le abbia ordinate . La statua «Venere e Marte», il celebre e imponente gruppo marmoreo di Marte e Venere di età antonina rinvenuto a Ostia nei mercati di Adriano, sarà collocata alla sommità dello scalone d'onore di Palazzo Chigi mentre altre due andranno nello studio del premier Una cosa è certa: stavolta sul petto di Venere sarà vietato qualsiasi ritocco. Come quello che, su disposizione dello staff presidenziale, 7 mesi fa colpì la copia di un dipinto del Tiepolo, collocato come sfondo alle spalle dei ministri nella sala stampa. Da un giorno all'altro il seno della donna scomparve, coperto da una macchia di colore bianco. «Avrebbe potuto urtare la sensibilità di qualche telespettatore», dissero. Su Venere, intoccabile da 20 secoli, non ci sarà bisogno di intervenire: sarà sistemata al secondo piano, mentre lo spettacolo televisivo di solito resta confinato in sala stampa. Cent'anni di generosità Dal 1908 . Il fenomeno delle opere d'arte «prestate" da musei e gallerie di tutto il paese per arredare le sedi di rappresentanza dello Stato ha una storia lunga. A Roma, il primo prestito allo Stato è addirittura del 1908. Ne hanno usufruito Palazzo Chigi e tutte le sedi dei ministeri, le ambasciate italiane, gli istituti di cultura. Poca burocrazia Se l'opera rimane in Italia è sufficiente l'autorizzazione del soprintendente, altrimenti serve un nulla osta del ministero. Solo alla fine degli Anni 50 sono aumentati i controlli. Dalla fine degli Anni 80 è richiesta una revisione ogni cinque anni, limite oltre il quale il prestito va rinnovato. Diversi «incidenti». Tante opere sono andate perdute durante le guerre mondiali. Soprattutto nella seconda, con il bombardamento ad esempio dell'ambasciata italiana a Berlino (perse oltre 30 opere) o con gli affondamenti delle navi reali (almeno 15 tele perdute). L'episodio più clamoroso riguarda forse la Corte dei Conti, dove negli Anni 50 sparì una stupenda tela del veneziano Marco Benefial. Qualcuno aveva sostituito il dipinto con una crosta di un autore fiammingo, lasciando peraltro intatta la cornice settecentesca con tanto di etichetta.