Ieri è toccato al Metropolitan di New York annunciare tagli al personale: il patrimonio culturale Usa rende sette volte il nostro, l'Italia non è certo l'America. Ma il vento che soffia è lo stesso. L'Italia non è l'America ma non è nemmeno la Francia. Ieri il Metropolitan Museum di New York ha annunciato tagli per il 10 dei dipendenti: una notizia clamorosa, per le dimensioni del museo, che ha un budget annuo di 100 milioni di dollari, e anche per la sua storia, visto che è stato fondato da un gruppo di facoltosi mecenati alla fine del 1870. Ma è soprattutto nell'area del merchandising - vale a dire il sito, i negozi che vendono borse di tela, poster e cartoline, e la casa editrice che stampa cataloghi e libri - che si concentreranno questi tagli. Per incorniciare l'effetto della crisi finanziaria mondiale su un grande museo come questo, capofila della filiera della cultura americana, va precisato per che i musei americani sono privati, e non hanno aiuti pubblici (il Metropolitan prende l'8 dei suoi incassi dal comune di New York, il resto sono solo defiscalizzazioni delle donazioni delle opere, e dei contribuenti mecenati). Inoltre le attività editoriali e di merchandising del Met si estendono anche a negozi satellite nel resto del paese, con accordi anche in Giappone, in Svizzera e a Singapore, tanto che già nel 1900 la sola riproduzione dei gioielli antichi copriva il 15 delle vendite totali. Si chiude quindi un pezzo non di cultura, ma di commercio, commercio creativo e intelligente che ha finanziato e sostenuto il museo fin dalla sua fondazione. L'Italia quindi non è l'America, appunto, perché i musei privati italiani si contano sulla punta delle dita: ma la crisi economica è la stessa, visto che i tagli al dicastero di Bondi sono stati di un miliardo circa, nonostante il turismo in Italia rappresenti ben il 13 del Pil nazionale, ed è chiaro che questo segmento di economia sia legato a doppio filo a quello del patrimonio culturale, minacciato a tal punto dai tagli che perfino il segretario generale del Ministero dei Beni Culturali, Giuseppe Proietti. in maniera sobria e precisa ha detto: «Non è possibile immaginare che sarà ancora lo stato a garantire la prassi del restauro e della tutela del patrimonio italiano». Preoccupa anche la fine delle sponsorizzazioni, di mostre o restauri, che finora hanno contribuito alle spese dei musei italiani, visto che il 45,3 delle imprese ha sostenuto un evento culturale nel 2008, ma è improbabile che lo faccia nel 2009. Bernabò Bocca, presidente della Confturismo, ha ricordato che «negli Stati Uniti il patrimonio culturale rende sette volte quello italiano, e da noi ogni euro investito in cultura ne rende quattro all'indotto». Come a dire, non siamo l'America, ma almeno proviamoci. Non siamo per nemmeno la Francia, dove in piena crisi il presidente, di destra, Sarkozy, ha stupito tutti dichiarando: «Voglio che la cultura sia la nostra risposta alla crisi economica mondiale», e ha messo 100 milioni di euro l'anno per prolungare l'orario dei musei, e introdurre l'ingresso gratuito per nuove fasce, compresi gli immigrati, vero target emergente dei musei europei. Sarkozy non dava i numeri, governava: la cultura muove in Europa due volte i capitali dell'industria dell'auto. Aspettiamo un pacchetto Arte anche da noi?
Metropolitan. La crisi? ha forbici da museo
Ieri il Metropolitan Museum di New York ha annunciato tagli al personale del 10% dei dipendenti, con un impatto significativo sull'area del merchandising e delle attività editoriali. Il museo ha un budget annuo di 100 milioni di dollari e si estende anche a negozi satellite nel resto del paese e all'estero. La crisi finanziaria mondiale ha colpito anche il settore del patrimonio culturale, con tagli al Ministero dei Beni Culturali italiano. Il segretario generale del Ministero dei Beni Culturali ha detto che non è possibile immaginare che lo stato garantirà la prassi del restauro e della tutela del patrimonio italiano. La Confturismo ha ricordato che ogni euro investito in cultura ne rende quattro all'indotto.
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