L'inchiesta A far scattare l'indagine contro il noto commerciante è stato il titolare di un cambiavalute ai Parioli Sequestrati i beni di Carlo Lampronti. «Applicava tassi del 7 mensile» In casa trovati assegni per 12 milioni. Sequestrati anche un secondo negozio, tre appartamenti, un box, alcune autovetture Il «Babuino» sdraiato su un fianco ha assistito al va e vieni dei carabinieri del Nucleo Investigativo di via in Selci, incaricati del sequestro preventivo ordinato dal giudice per le indagini preliminari di un noto negozio di antiquariato. E la via chic dell'antiquariato doc ha fermato il respiro: colpita dal decreto di sequestro una delle istituzioni più antiche, il negozio di Carlo Lampronti. A far scalpore poi è stato apprendere il perché: l'antiquario, indagato dal pm Pietro Pollidori, deve rispondere del reato di usura. Scandalo al Babuino, tra gli eleganti negozi del Tridente, per questo fulmine a ciel sereno. I carabinieri non si sono limitati a sequestrare preventivamente il negozio di antichità al numero 69 di via del Babuino, rimasto peraltro aperto per non comprometterne l'attività commerciale. Il sequestro di beni di Lampronti comprende un secondo negozio sempre di antiquariato in via De Carolis, tre appartamenti di cui quello di residenza nell'antistante via dei Greci, un box, alcune autovetture. Nel negozio di antichità il più corrucciato è rimasto l'avo, Cesare Augusto, in un bell'olio lì esposto, quasi scontento di veder finire in questo modo un piccolo impero avviato nel lontano 1914 quando i Lampronti, originari di Ferrara, avevano iniziato i loro affari al Babuino con un negozio, poi dichiarato storico e oggi chiuso, al civico 169. A far scattare l'inchiesta sul sessantreenne Carlo Lampronti è stata una denuncia promossa da un imprenditore romano, titolare ai Parioli di un'agenzia di cambiavalute. Secondo quanto denunciato, l'antiquario avrebbe preteso interessi fino al 7 mensile per la restituzione di un prestito iniziale di circa 540 milioni di vecchie lire. Col tempo il debito, nonostante i pagamenti effettuati dall'imprenditore, sarebbe lievitato esponenzialmente giungendo a livelli insostenibili per la vittima, che alla fine ha deciso di rivolgersi ai carabinieri. Quando gli investigatori sono hanno effettuato una perquisizione domiciliare nell'abitazione dell'antiquario sono saltati fuori assegni per ben 12 milioni di euro detenuti, secondo l'accusa, a titolo di garanzia del prestito elargito. Anche gli assegni sono finiti sotto sequestro. Via del Babuino ieri. Il più irritato era il cugino dell'inquisito, l'altro antiquario Cesare Lampronti che, da Maastricht dove si trova per la più importante fiera dell'antiquariato europea, ha ricordato di non avere da anni rapporti con questo parente accusato ora di usura. Tra Cesare e Carlo i rapporti sono a quanto pare molto freddi da tempo. Carlo Lampronti, come se fosse nulla, invece era in negozio. Aprendo a metà la porta ha dichiarato: «Ho fiducia nella giustizia. Ho messo i miei legali. Certamente sarà un cammino lungo e doloroso. Quanto al denunciante, è un agente di borsa che poi è fallito... ». Sì, ma essere accusati di un reato così odioso come l'usura? «Affronteremo con serenità la giustizia». Poi, nonostante non fosse l'ora di chiusura, Carlo Lampronti si è affrettato a tirar giù la saracinesca e a dileguarsi in compagnia di una collaboratrice. In via dei Greci, a guardia della sua residenza, è rimasto il portiere pronto a depistare affermando che il signor Lampronti «oggi è altrove». L'ombra dell'usura dunque si è insinuata in via del Babuino. Per Ida Benucci, titolare della nota galleria d'arte a pochi passi da lnegozio dell'inquisito, presidentessa dell'Associazione antiquari da una decina di anni, poche parole da dire. Se non: «Carlo Lampronti non ha mai voluto iscriversi alla nostra associazione ».