I tagli di spesa. Il personale che manca. I musei abbandonati a se stessi. I capolavori spediti in tournée. Il pensiero di un grande storico dell'arte colloquio con Jean Clair Non c'è pace ai Beni culturali. Il ministro Sandro Bondi, appena incassate le clamorose dimissioni di Salvatore Settis da presidente del Consiglio superiore (provocate, a suo dire, dall'intervista di Settis a 'L'espresso' del 20 febbraio) già si pregia d'informare gli italiani che il suo alto ufficio non è ad aeternum, tentato com'egli è da più svettanti incarichi politici nel nascente Pdl. Le questioni denunciate da 'L'espresso' e da altri media, i tagli di spesa, le emergenze gestionali, i malesseri delle soprintendenze, verranno dunque affrontati da altri? Presto sapremo. Questa settimana approfittiamo del passaggio in Italia, proprio alla Scuola Normale di Pisa diretta da Settis, di un illustre studioso francese, il curatore e saggista Jean Clair, acceso critico della globalizzazione culturale, del marketing museale, dell'arte ridotta a merce di scambio. A lui, conoscitore dell'Italia, chiediamo una lettura spassionata della situazione. E partiamo da una notizia fresca. Il presidente della Regione Toscana Claudio Martini, in sintonia con il neo dirigente alla valorizzazione dei Beni culturali, il manager ex McDonald's Mario Resca, auspica una operazione Uffizi ad Abu Dhabi. Il modello ispiratore sarebbe la concessione all'Emirato dei marchi e delle opere del Louvre e del Guggenheim. La sua reazione? "Deploro. Mi spiace che si diffonda in Italia una malattia. Il padre di questo tipo di accordi è il sistema Guggenheim, un modello pernicioso. Si basa sull'idea che il museo contemporaneo sia un deposito per prestare opere intese come mercanzia, magari per favorire accordi di altro tipo". A che cosa pensa? "Al fatto che dietro al rapporto tra il Louvre e gli Emirati si celano ragioni strategiche: ad Abu Dhabi pare sia destinata una base militare francese, come segnala 'Le Monde'. Parlerei dunque di un 'cache-sexe' culturale per una partita diplomatica. Ma in generale è stupefacente che anche l'Italia possa finire per appoggiare un sistema rivelatosi così nefasto da costringere la fondazione Guggenheim ad allontanare colui che lo inventò, Thomas Krens. Il quale, a forza di divulgare un marchio dispensando opere ai quattro angoli del mondo, ha prodotto una situazione di grave scacco finanziario". Il suo ultimo libro apparso in Italia, 'La crisi dei musei' (Skira), attacca duramente la cultura dell'entertainment globale. "Siamo entrati in un'epoca di profondi cambiamenti. Fino a ieri le opere d'arte, testimonianza e patrimonio spirituale di una nazione, venivano prestate da istituzione a istituzione secondo codici scientifici riconosciuti, e a titolo gratuito. Un dialogo culturale sottomesso a un galateo e a precisi imperativi di sicurezza". Difficile ipotizzare che un grande museo, poniamo Brera, esporti opere di prima fascia: impoverirebbe la propria offerta in loco. Esportare opere di serie B, tuttavia, sarebbe una gaffe. "Se il denaro arriva, le assicuro, il rischio è proprio che si esporti la serie A. Quando il Louvre ha prestato un importantissimo Vermeer al Museo di Atlanta, Georgia, è accaduto per denaro. Ed è caduto un tabù. I governi che favoriscono tali politiche mi ricordano quei proprietari impoveriti che portano i gioielli di famiglia al monte dei pegni. Ma qui parliamo del patrimonio, la memoria visibile di una nazione". La stupisce che un manager McDonald's ottenga un incarico delicato ai Beni culturali (uno dei motivi di scontro tra Settis e il ministro Bondi)? "La cosa in sé non mi sciocca. Non ho pregiudizi verso un management di altra provenienza se è capace di razionalizzare risorse e portare efficienza gestionale. Non accetterei, però, che si allargasse alle scelte culturali. Anche in Francia i conservatori, gli storici dell'arte sono ormai subordinati ai dirigenti del marketing. Degradati da mente a braccio. Proletarizzati. Pesante sconfitta della tradizione umanistica". Dove vede oggi i punti di forza del patrimonio italiano, e dove le carenze? "La forza è la ricchezza del patrimonio, in senso storico, geografico, stilistico. Ma è anche la sua debolezza. Perché per gestirlo occorrono risorse gigantesche. E con la recessione i governi tagliano alla cultura". Francia centralista, Italia decentrata e territoriale. Quale modello è più adatto in tempi di crisi? "La gestione centralizzata ha la sua storia e i suoi pregi. Ma oggi il modello francese, la Réunion des musées nationaux, non garantisce più come prima la funzione di riequilibrio: il museo ricco che paga per il museo povero. Oggi ciascuno fa per sé. Il Louvre agisce da superpotenza, e i piccoli soffrono. Si è visto, per fare due esempi, quando il Musée Picasso e il Musée d'Orsay sono diventati autonomi. Per non parlare delle città minori: un sindaco non si può sostituire a un soprintendente". Il decentramento può giocare brutti scherzi. Per i 100 anni del futurismo non si è riusciti a produrre una mostra di livello mondiale, ragionevolmente a Milano, culla del movimento, ma una pluralità di esposizioni: buone ma incomplete. "Un'occasione persa, è un buon esempio". Le sue esperienze positive, invece? "Io sono stato felice di lavorare a Palazzo Grassi a Venezia, dove ho curato cinque mostre, l'ultima su Balthus, insieme a persone di grande competenza e passione. Mi è difficile giudicare il Mart di Rovereto: ho fatto parte del consiglio per una decina d'anni. È un oggetto di scala metropolitana, sproporzionato rispetto al territorio. Ma ecco la forza del regionalismo, la capacità di una Provincia autonoma". Come spiega l'eterno problema Pompei? "Vuole riaprire il romanzo dei ritardi del Sud? Come faccio, in poche righe?". Altre contraddizioni. Roma progetta con coraggio un centro di arte contemporanea, il Maxxi di Zaha Hadid. Peccato che manchino le opere. "Perché il collezionismo di contemporanea è altrove. Un paradosso che dà forza alla mia critica ai musei fondati sull'immagine. In realtà conchiglie vuote, cenotafi, tombe senza corpo. Si ritorna sempre al modello Guggenheim. A Bilbao: collezione piccola, e tutta prestata da New York. L'assurdo è che oltre al Guggenheim c'è il Museo di belle arti, che ha raccolte magnifiche ma ignorate dai più e in semi abbandono. E nell'est della Francia? A Metz per il 2012 è in progetto un Museo di arte contemporanea, e non ha una collezione propria: la presterà il Centre Pompidou di Parigi". Un francese assai ambizioso opera in Italia, la fondazione Pinault a Venezia. "La prego... Lasciamo stare... Un'impresa anche peggiore del sistema Guggenheim. Pensare che ora si allarga alla Punta della Dogana, uno dei luoghi più incantevoli. Speriamo che non sfiguri Venezia come Jeff Koons ha sfigurato Versailles". Troppo fashion system nell'arte? "Troppo. E troppe false promesse". C'è chi le dà del passatista, del nostalgico. "Accetto di essere considerato nostalgico. Molto meglio che imbecille". Il conservatore Jean Clair (Parigi 1940), storico dell'arte e saggista, è stato conservatore di diversi musei francesi, dal Musée national d'art moderne al Centre Pompidou al Musée Picasso. Ideatore di mostre di grande rilevanza ('Duchamp', Les réalismes', 'Vienne', 'Balthus', 'Mélancolie'), ha diretto la Biennale di Venezia del Centenario. Nel 2008 è stato eletto all'Académie Française. Venerdì 13 è alla Normale di Pisa, nell'ambito del ciclo 'I venerdì del direttore', con la conferenza 'La figura del gigante, da Satana a Stalin'.