Uno studio dellUniversità di Firenze ricostruisce la tavolozza cromatica delle decorazioni che abbellivano gli edifici costruiti nelletà dorica Secondo gli studiosi le tinte utilizzate nel sito di Akragas erano principalmente tre ma nei secoli vennero coperte e forse sostituite con altre Alcune teorie collegano gli elementi decorativi tipici delle costruzioni del tempo a quelle precedenti, che erano realizzate con il legno na pennellata che faceva brillare di bianco ardente tutte le colonne e che spandeva luce briosa, attingendo a una tavolozza ristretta di colori, sulle altre parti tinteggiate principalmente, almeno in Sicilia, di bianco, di rosso e di blu. Oggi dal passato ci arriva questa foto a colori. Un paesaggio variopinto, quello che circondava i templi dorici dellantichità classica, che getta una luce diversa sullantica Akragas. Giungono a questa fascinosa conclusione estetica i risultatati di lunghi studi di restauro che oggi, attraverso ricostruzioni virtuali e con il sostegno di video filmati, mostrano i monumenti greci nella loro originaria policromia. Colori che sembrano un cartone animato, una trasposizione provocatoria che si sovrappone allunico film finora conosciuto, ma che più antichi di così non si può. Guardiamo il tempio della Concordia. Agli agrigentini nel V secolo avanti Cristo, il monumento appariva rosso, bianco e blu. E oggi lente Parco, dopo le ricerche condotte in collaborazione con il dipartimento di Storia dellArchitettura dellUniversità di Firenze, ha realizzato nel cantiere di restauro un ponteggio in scala 1 a 1, che raffigura limmagine del tempio come doveva essere. Il pannello con il tempio a colori sta appoggiato al tempio vero in pietra calcarea. E colpisce come un flash lo sguardo stranito di chi ammira. Nel tempio di Giunone è stato trovato un frammento nellarchitrave con due colori sovrapposti, sotto il giallo e sopra il rosso. Così si può dire con certezza che erano almeno quattro i colori usati per esaltare larmonia della sacra vallata sicula aperta sul mare: rosso, blu, bianco ma anche il giallo. «Allinizio abbiamo rintracciato i brani di colore del tempio della Concordia», racconta larchitetto Alessandro Carlino, che ha condotto la vasta operazione di restauro dal 2002 a oggi e gli studi sulla policromia dei templi assieme a Mario Bevilacqua e Gabriele Morolli, tutti delluniversità di Firenze. Diverse tracce di colore sono state trovate sulle parti sommitali. La parte bassa dei templi era invece rivestita di bianco. In varie parti del tempio della Concordia, sono ancora percepibili tracce degli intonaci originari, bianchi sulle colonne e allinterno della cella, e residui di colori sul timpano occidentale. Altri resti evidenti sono leggibili sul tempio dei Dioscuri e nellIseo, il tempietto romano del II secolo dopo Cristo rinvenuto nel corso di precedenti scavi. Lipotesi della Valle dei Templi a colori non è suffragata solo dai brandelli rintracciati a testimonianza. I primi studi archeologici che si occuparono della querelle artistica risalgono agli inizi dellOttocento, negli ambienti della parigina Académie des Beaux Arts, soprattutto per merito di Antoine-Chrysostome Quatremére de Quincy, che inventa il termine polychrome. «In Sicilia furono due i personaggi che vennero qui a studiare il colore sui resti delle architetture greche di Selinunte, dove sono state raccolte diverse testimonianze, e di Agrigento - racconta Alessandro Carlino -larchitetto tedesco Jacques-Ignace Hittorff, che scoprì moltissime partizioni colorate e Domenico Lo Faso Pietrasanta duca di Serradifalco, che guidò lanastilosi, la ricostruzione del tempio dei Dioscuri, sul cui fregio furono trovate tracce consistenti di colori, così come sulla sima». È il Serradifalco a sostenere che dei sei toni cromatici che caratterizzavano la gamma dei colori dei monumenti greci, ad Agrigento ne erano visibili tre. Stessa terna evidenziata da Hittorff nella sua ricostruzione del tempio della Concordia, dellOlympeion e di Giunone. «Nel tempio di Giunone gli intonaci policromi sono diventati evidenti una volta eliminate le croste nere che li ricoprivano in prossimità delle metope - aggiunge il direttore dellente parco Pietro Meli - Oggi quasi nessuno ricorda una verità estetica che era praticamente condivisa da tutti nellantichità classica: ovvero che i templi, oggi in simbiosi col paesaggio di Agrigento, fossero in realtà ricoperte di una patina colorata». Il gusto neoclassico, trovandolo un po kitsch, ha poi eliminato il manto colorato, producendo un evidente falso, per presentare i templi nelle forme neutre con cui sono in bella mostra oggi. Ogni particolare del tempio aveva un colore: blu erano triglifi, mutuli e regulae. Di rosso erano tinteggiati tenia e collarino ma anche timpano e metope. Il bianco era il colore base delloriginario rivestimento e caratterizzava architravi e mura della cella. I colori utilizzati cambiavano da regione a regione. Come le mode. I due colori sovrapposti nel tempio di Giunone dimostrano anche che in epoca diversa questi edifici sacri venivano sottoposti a manutenzione. Ma tutto, anche il colore, ebbe origine, a dover raccontare tutta la storia, dai prototipi in legno. «I templi dorici - descrive Carlino - derivano dai modelli in legno costruiti in epoca arcaica. La colonna era il tronco di un albero, sul quale veniva livellato un piano per appoggiare larchitrave. Dalla tradizione lignea sono emersi poi gli elementi decorativi». I templi della Valle di Agrigento restaurati "a colori" sono stati presentati a Firenze la settimana scorsa in occasione del settimo incontro nazionale di Archeologia Viva, rivista di punta del settore.