Una legge sull'architettura che non preveda la preliminare abrogazione dell'articolo 17 della legge 415 del 18 novembre 98, nota come Merloni ter, che affida la progettazione delle opere pubbliche ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni, non serve a niente. E come le precedenti leggi Melandri e Urbani nemmeno questa del ministro Sandro Bondi prevede questa abrogazione. Perci è inutile. Ed è dannosa per le seguenti ragioni: 1) dopo oltre mezzo secolo viene riproposta la legge del 1942 sulla destinazione del 2 del costo di un'opera per l'inserimento di opere d'arte (?) negli edifici pubblici. Quasi che l'architettura non fosse essa stessa opera d'arte. Gli interventi artistici successivi alla realizzazione delle opere (spesso incongrui e deleteri) non hanno nulla a che vedere con la stretta collaborazione tra architetti e pittori e scultori che ha prodotto straordinari eventi architettonici come, cito un solo esempio, la Cappella di Ronchamp di LeCorbusier e dello scultore Savina; 2) viene riproposta la solita demagogica apertura ai giovani . Una condizione legata al mero dato anagrafico e non alla lucidità e alla freschezza della mente. Si continua, in altri termini, a trascurare il fatto che Wright era giovane a 92 anni, che LeCorbusier ha disegnato il piano di Meaux a 74 anni e che Oscar Niemeyer continua a operare all'età di 99 anni e che il napoletano Vittorio Di Pace è un giovane architetto di 101 anni; 3) viene ripetuto il solito impegno del ministero ai beni culturali a ricorrere ai pubblici concorsi per le opere di sua competenza (ma quali? ma quante?) in clamorosa contraddizione con la possibilità delle altre pubbliche amministrazioni di chiedere al ministero di provvedere alla ideazione o alla progettazione di opere di rilevante interesse architettonico e paesaggistico . Un ministero che progetta! Una sciocchezza simile (tra l'altro, fuori legge) non si era mai sentita. Ma il nodo della questione non sta solo nell'ottenere che anche il nostro paese adotti sistematicamente l'istituto del pubblico concorso. Sta sopra tutto nell'esigenza di evitare che quei pochi concorsi che si fanno si trasformino in una beffa o, peggio, in una truffa a causa dei bandi stravaganti e delle commissioni giudicatrici addomesticate. Talché una legge sull'architettura deve sancire il principio che tutte le opere pubbliche di rilevante interesse architettonico, sociale e paesaggistico e le grandi trasformazioni urbane, sia di iniziativa pubblica che privata, devono essere realizzate attraverso concorsi internazionali aperti a tutti gli architetti e gli ingegneri edili del mondo, senza alcun tipo di condizioni o di limitazioni. E deve contenere: a) il bando tipo (tempi, elaborati e premi) valido per tutte le amministrazioni pubbliche e i privati; b) la composizione delle commissioni criudicatrici internazionali con personalità del mondo culturale (di volta in volta pittori e scultori, scrittori, giornalisti, storici e critici dell'architettura, registi, economisti, musicisti, sociologi, operatori della comunicazione, imprenditori...); c) il Codice di comportamento delle stesse (un insieme di regole in grado di garantire trasparenza, obiettività, moralità e imparzialità con adeguati meccanismi di rendicontazione, di pubblicizzazione e di controllo). Concludo parafrasando la frase che, se non fosse deceduto a fine dicembre 99, Bruno Zevi avrebbe pronunciato al congresso dell'INArch del 28 gennaio 2000 come giudizio della legge sull'architettura proposta dalla ministra Giovanna Melandri (una legge salutata con squilli di tromba e rulli di tamburi dal presidente del Cna, che, con gli stessi squilli e gli stessi rulli, salut la legge Urbani e che adesso saluta questa di Bondi). La frase è questa: «È una legge che va decisamente respinta perché non risolve nessuno dei problemi dell'architettura e dell'urbanistica... se la tenga la sua legge, ministro Bondi».