Abbiamo veramente raggiunto il colmo sulla colmata di Bagnoli? Forse no. Il colmo probabilmente e utilmente si raggiunge quando si è in grado di trarre la proporzionata lezione dagli eventi e di proporre soluzioni adeguate. A me sembra che il valzer di decisioni e controdecisioni sul destino della colmata e su molti altri nodi del progetto per l'area ex Ilva, che va ormai avanti da oltre dieci anni, mostri due punti di particolare debolezza dei governi locali, in qualche relazione fra loro.Per un verso, la mancanza di un'idea sul destino di quell'area (e della città); per un altro verso, la vicenda di Bagnoli mostra con impressionante e desolante chiarezza la necessità di riorganizzare le forme di integrazione delle politiche di settore. Il successo dell'azione di governo nel caso di Bagnoli come in molti altri casi dipende infatti anche dalla capacità di far convergere diverse politiche di settore intorno alle aree chiave della trasformazione. Cosa non facile, anche quando la politica locale sia meno in affanno di quella napoletana e campana. Gestire in modo efficiente e trasparente processi di trasformazione come quello auspicato per Bagnoli richiede, infatti, la capacità di mettere in opera stili e processi e dunque anche una o più corrispondenti strutture organizzative molto diversi da quelli fin qui messi in campo. Ci si lamenta spesso del fatto che la mano destra non sa cosa fa la sinistra, attribuendo per lo più questo fenomeno alla competizione che regola la vita della cosiddetta casta. E, intendiamoci, il lamento non è infondato. Probabilmente, tuttavia, alle degenerazioni della vita pubblica (locale) si intrecciano pure note difficoltà generali, a cui forse è più possibile mettere mano, ricorrendo a teorie e prassi già sperimentate fuori dal nostro mondo ristretto. All'interno dellamministrazione la progettualità dei diversi settori risponde infatti all'esigenza di rispondere nel breve periodo alle domande, diverse, di differenti spezzoni della società. Ma, contemporaneamente, la presenza di queste progettualità multiple contribuisce ad accrescere la confusione delle decisioni pubbliche. Ora, se la presenza di agende diverse all'interno dell'amministrazione è evidentemente ineliminabile, si possono però certamente ridurre almeno gli effetti controversi (e perversi) dell'autonomia di iniziativa delle varie articolazioni di un'amministrazione. Si tratta di dar luogo alla formazione di una funzione di controllo strategico, che può assumere forme varie ma comunque si occupi con continuità e senza pre-giudizi ideologici di raccogliere, vagliare, aggiornare, scartare o aggiungere opzioni e «occasioni» di intervento. E di vincolare per questa via la discrezionalità (o peggio) di uffici e singoli politici. Del resto, una ricetta di questo tipo è più o meno quella adottata con successo da tante città e metropoli europee dalla proverbiale Barcellona a Glasgow ma ormai anche da molte città italiane, anche qui di vario tipo e con problemi molto diversi: dalla Torino postfordista in cerca di nuova identità e competitività fino alla piccola Pesaro. Senza questo controllo strategico continueremo ad assistere alla assurda confusione di oggi: con l'assessore all'Urbanistica che persegue l'obiettivo del Prg (o forse di un ex ministro dell'Ambiente) di rimuovere la colmata, il compagno di banco assessore alla Cultura che progetta invece di utilizzare la medesima colmata per farci una piazza e gli assessori regionali che perseguono l'uno la finalità dello sviluppo turistico e l'altro quello dello sviluppo di altre attività produttive, mentre il governo aspetta tutti in riva al fiume...