Dibattito sulla proposta IL REGISTA Voucher per il teatro Cappuccio: io dico sì «Voucher per il teatro? Sottoscrivo la proposta, a un patto: che ci siano i teatri». È provocatorio il regista e autore Ruggero Cappuccio. Per lui il teatro, soprattutto quello d'autore, non ha bisogno dei finanziamenti pubblici, bensì «di una vetrina». «Così come», spiega Cappuccio, «uno scrittore non ha problemi a reperire una risma di carta, ma piuttosto a trovare un editore». Per Cappuccio, però, l'«editore» non può essere la politica «incompetente». Dice il regista: «Gli assessori sono ormai, tranne rare eccezioni, direttori artistici delle città. E creano un elemento di dipendenza con chi fa parte del loro giro». Dopo Salvatore Carrubba, si allarga dunque il dibattito sulla proposta del voucher invece dei finanziamenti al teatro, lanciata dal nostro giornale. Il regista: bene i voucher per il teatro, ma servono le strutture Per l'artista negli ultimi 50 anni si sono demolite la cultura e la storia. «Un'operazione chirurgica» «Io sono dell'umore che il Ruggero nostro sia un "cortese" discendente di napoletane ascendenze, di orecchie attente al soffio dei venti che ci recano le volgari sguaiataggini di una Napoli pseudo-melodica neo-avanguardese post-giovanilese modernese, amplificata da piazze plebiscite con sinistri e destri consensi. E grazie a Dio c'è qualche sordo Ruggero amico». Così Roberto De Simone presenta Ruggero Cappuccio. Regista, autore, direttore artistico. Basta così. Va bene così. Vogliamo parlare di politiche culturali? «Il vero tragico problema è che lo Stato non ha voluto elevare il livello del pubblico all'arte, piuttosto ha abbassato il livello dell'arte al pubblico. Con il risultato che sono bassissimi entrambi». L'esordio è giornalisticamente allettante. Quindi sarebbe d'accordo con la proposta di un voucher per il teatro destinato agli spettatori? Uno strumento semplice che ha lo scopo di rompere il rapporto (spesso perverso) tra mondo della politica e della cultura. E soprattutto un modo per togliere alla politica il diritto di scelta e restituirla al suo destinatario naturale. «Aboliamo pure i finanziamenti alle compagnie private dice Cappuccio . Tanto chi vuol fare teatro d'autore con mezzi ridotti riesce a produrre uno spettacolo comunque. Non sono i 50 mila euro dati dall'assessore di turno a fare la differenza. L'incaglio è sul piano della distribuzione. Accanto ai buoni teatro soprattutto per i giovani, andrei dunque oltre: servono i teatri per farsi vedere, per tentare di costruire il tuo pubblico. Il problema dello scrittore non è comprare la risma di carta, ma trovare l'editore». E l'editore non può e non deve essere la burocrazia. Ma Cappuccio avverte: «Sono d'accordo nel dare 100 euro allo studente Marco Rossi che sceglie cosa andare a vedere. Sottoscrivo la proposta, a condizione che, però, Marco Rossi sia aiutato a scegliere». Cosa vuol dire? «Facciamo l'esempio dei teatri stabili: Palermo fa scambio con Milano, Milano con Napoli, quelli dell'Abruzzo con Milano. In un cartellone c'è un'autostrada di scambi. Scandaloso. Tanto che fa sorridere chi si accapiglia per un posto da direttore di Stabile: un posto da casellante». Cosa c'è alla base delle ultime polemiche politico-culturali? Per Cappuccio quel matrimonio non s'ha da fare per incapacità manifesta di una delle parti. Immaginate quale. «Negli anni si sono susseguiti ministri, sottosegretari che sapevano di cultura e politica come io so di aeroporti. In giro c'è una profonda incompetenza. Ministri che entrano nei teatri solo alle inaugurazioni scaligere». Con il risultato che «in Italia non esiste uno straccio di idea. Negli ultimi 50 anni si sono demolite la cultura e la storia. Un'operazione chirurgica. In Campania, se seguiamo il binario borbonico, a destra vediamo il mare inquinato, a sinistra scavi archeologici malmessi e degrado. Lì dove l'uomo ha messo le mani ha peggiorato la situazione. Uso come paradigma Acciaroli: si è salvata perché non ha uno scalo ferroviario. E gli assessori rispecchiano questo modo e mondo». Dallo Stato centrale agli enti locali non cambia nulla, semmai peggiora. «Se gli assessori diventano i veri direttori artistici delle città tendono a creare un elemento di riconoscenza e dipendenza con tutti coloro che sono nel giro, nella loro schiera. Lo fanno tutti, con qualche gradevole eccezione ». Ma Cappuccio non fa nomi. In sintesi, come si devono spendere i soldi pubblici? «Da molti anni e ultimamente in maniera accurata si tratta il problema della cultura dal punto di vista economico. È un aspetto, ma non il solo. Sono stato direttore del festival di Benevento. Appena arrivato trovai i biglietti a 28 euro, li abbassai a 5. Paolo Conte e Capossela a 10 euro, rispetto ai soliti 80. Il cinema lo volli all'aperto, difronte alla chiesa di Santa Sofia, con le poltroncine numerate, ma gratis. Dicevo agli amministratori, se un festival costa qualche milione di euro e ne incassa 60 mila è inutile voler far quadrare i bilanci». La morale di questa storia, se mai ce ne fosse una, è che l'arte non si sposa con la politica e con l'economia fa a cazzotti.