Michal Rovner e larcheologia: "Vorrei vivere tra le rovine di Pompei" Lautrice ora sta lavorando per realizzare proiezioni sulle monete antiche Comincia con Border, un film girato nel 1997 sul confine tra Libano e Israele Michal Rovner scrive la Storia, quella con la s maiuscola. E la mette in movimento senza un inizio e una fine. «Il mio lavoro ha a che fare con i frammenti della condizione umana», ha raccontato alla Pontificia Facoltà Teologica dellItalia Meridionale diretta dal gesuita padre Giuseppe Manca, in occasione degli Incontri con i protagonisti dellarte curati da Monica Coretti. Lartista israeliana che si è meritata nel 2002 una retrospettiva al Whitney Museum di New York e lanno dopo ha rappresentato il suo paese alla Biennale di Venezia, è venuta a Napoli, dove ha esposto per la prima volta al Museo Archeologico Nazionale nel 2007 nella mostra "Oltre la polvere". Un legame, quello tra lartista e le tracce del passato, che si rinnova in ogni suo lavoro, e che quasi ne è il filo conduttore. La Rovner lavora sul concetto di palinsesto. Sceglie - e questo avviene a partire dalla fine degli anni novanta - una sorta di "unità di misura", che è la figura umana, che fotografa e rifotografa secondo la tecnica del "blur" (mosso o fuori fuoco). La moltiplica riducendola a immagine in movimento reiterato di gruppi indistinti che con una visione naturalista da scienziato la Rovner sembra voler osservare attraverso luso di lenti. «Il mio sogno - racconta - sarebbe poter realizzare una installazione a Napoli o in Campania, in uno spazio collegato con larcheologia. Potrei abitare in una casa degli Scavi di Pompei da sola... Considero il tempo un materiale come un altro. Nelle mie opere amo connettere la realtà a tempi diversi. Parto sempre da fatti reali da cui mi allontano progressivamente». Bastano queste parole a oltrepassare ogni tentativo di interpretazione critica sulla Rovner. Che va al di là dellappartenenza geografica - un codice di lettura molto frequentato a causa del conflitto israelo-palestinese. Facile pensare che le silhouettes che si agitano nelle sue proiezioni su pietre millenarie raccolte in entrambi i territori in guerra, possano voler comunicare un messaggio di dialogo. Invece lei dice: «Il mio lavoro ha a che fare con i frammenti della condizione umana». È, insomma, più universale, come sempre la filosofia di un grande artista devessere, per andare al di là del contingente e di facili banalizzazioni. La provenienza della Rovner non è la sua carta di identità artistica. Lartista si presenta sulla scena dellarte con "Border", un film di 48 minuti girato sul confine tra Libano e Israele nel ï97, con il conflitto in corso, in quella che veniva chiamata dai connazionali di Michal "Good Fence", "la Buona Divisione". «Per me - spiega lartista - "border" è solo un luogo dove una cosa finisce e unaltra comincia. Mi chiedo però se possa esistere un vero confine. In realtà "Border" è un film sulla confusione, in cui ci sono tante domande che non trovano risposta. E i confini sono ovunque: per esempio tra coppie di opposti come realtà e finzione, creazione e distruzione, uomo e donna, quello che si vuole o no sapere». Ora proietterà immagini "blurred" anche su monete antiche. Gli ultimi progetti che hanno incuriosito di più il grande pubblico, sono le sue videoproiezioni dellanno scorso di una umanità indistinta in movimento sulle facciate dei palazzi Chanel nelle capitali asiatiche, insieme allultimo sforzo creativo, "Makom II", una struttura chiusa realizzata con pietre «che ho fatto tagliare il meno possibile, perché tutto fosse come un puzzle, alla ricerca del pezzo mancante», da muratori di Israele e Palestina. «Un sudoku con materiale pesante. Numerando in ebraico tutte le pietre - spiega Rovner - ho recuperato la loro identità nascosta. Voglio che Makom (che significa luogo ed è un punto di vista sullo spazio) si muova e vada ovunque». E chissà che non arrivi anche a Napoli.