Il progetto Firmato da Giampaolo Imbrighi. Shanghai potrebbe «adottarlo» Se la capitale economica della Cina si affanna per stare dietro alle vertiginose tabelle di marcia che si è imposta, l'Italia ha le sue di scadenze. E non è solo per il padiglione progettato da Giampaolo Imbrighi, al termine di una gara europea alla quale hanno partecipato 65 studi di architettura soprattutto ovviamente italiani. È il contenuto che ancora va messo a punto, ci sono le bizantine procedure della burocrazia cinese con cui armonizzarsi. I tempi sono stretti, ma la posa della prima pietra potrebbe avvenire a fine marzo. Una ventina di aziende italiane forniranno gratuitamente i materiali per la realizzazione, «il meglio di quanto l'Italia produce », secondo il Commissariato generale del governo per l'Esposizione Universale, e arriveranno a 25. Cinese è invece l'impresa che si è aggiudicata la gara per la costruzione della struttura, un colosso da 18 mila dipendenti. Occorreranno una decina di mesi, forse 9, poi il padiglione italiano sarà pronto. All'interno, una mostra permanente affiancata da una costellazione di eventi ed esposizioni a rotazione darà la lettura italiana del tema dell'Expo, «un tema spiega il commissario Beniamino Quintieri che è congeniale al nostro Paese. L'Italia troverà nell'evento di Shanghai una grande occasione di comunicazione, faremo il punto sui livelli della tecnologia che abbiamo raggiunto ». La Triennale di Milano è il partner del Commissariato per identificare i punti guida dell'allestimento («La città dell'uomo »), ai quali ha lavorato un panel di esperti, mentre «una squadra di scenografi sta già lavorando all'allestimento, il cui progetto sarà pronto per aprile- maggio. Quindi a giugno aggiunge Quintieri sarà bandita la gara per realizzarlo ». A quel punto sarà decisiva l'azione di enti e istituzioni coinvolti sotto il coordinamento del Commissariato, che fa capo alla Farnesina. Vanno dal-l'Ice (l'Istituto per il Commercio estero, che ha un ufficio anche a Shanghai) a diversi ministeri (vedi Agricoltura, Ambiente, Beni Culturali, Innovazione, Sanità, più il dipartimento del Turismo), da Confindustria alle Regioni e ad altre istituzioni che daranno il contributo con eventi attinenti al tema, «senza frazionarsi ma facendo massa». Lo stanziamento complessivo per la partecipazione italiana all'Expo è di circa 35 milioni di euro. Il padiglione costerà, di suo, tra i 15 e i 18, di cui 6-7 coperti dai materiali offerti dalle ditte (la spesa netta, dunque, dovrebbe restare fra i 10 e gli 11 milioni). «È un investimento a produttività differita: i frutti si raccoglieranno dopo. Una visibilità così intensa, che si protrae per 6 mesi, è qualcosa che l'Italia non ha mai avuto in Cina», sostiene il commissario, secondo il quale «il senso di questa Expo è proprio dato dal fatto che si tenga in Cina, nella città che probabilmente diventerà la metropoli più importante del mondo». Nel 2015 l'Expo toccherà a Milano ma il caso di Shanghai, con la sua serrata programmazione militare, resta poco esportabile. «Quella di Shanghai sarà un'edizione eccezionale perché nessun'altra metropoli può permettersi un'area espositiva di queste dimensioni nel centro della città». Il dopo-Expo comincerà con l'attesa sulla sorte dei padiglioni nazionali. La vasta area espositiva conserverà diverse strutture che daranno a Shanghai auditorium, centri multifunzionali e così via. Invece quanto costruito da Paesi e organismi ospiti andrà smantellato, a rigor di regolamento. Ma l'ultima parola spetterà alla municipalità, che potrà decidere di mantenere in vita alcuni dei padiglioni, un destino come quello che arrise alla Tour Eiffel. L'Italia ci spera. La controparte cinese ha fatto sapere che valuterà sulla base del «successo del pubblico» e dei «giudizi di una commissione di architetti internazionali». C'è un po' di vaghezza, in merito, ma è presto. Ci si penserà dopo l'Expo. E il dopo del dopo è già Milano. M.D.C.