Le elezioni per Palazzo D'Accursio aprono prospettive di notevole interesse. In passato il quadro delle scelte che si offriva al momento delle elezioni comunali era limitatissimo, a lungo c'era stato un unico candidato alla vittoria pressoché certa, espresso dal Pci, da solo o con qualche alleato. Al partito d'opposizione, la Dc, per quanto dominante nel resto del Paese, non restava che esprimere un candidato di bandiera. Il quadro è mutato all'improvviso alle elezioni del 1999, quando la forza egemone di sinistra diede segni di sgretolamento e si fece avanti la candidatura di Guazzaloca, fino a vincere, tra la sorpresa di tutti, così inaugurando una tenzone bipartita, che si è rinnovata, però con esito rovesciato, nel 2004. Ma ora, altro che copione bipartito, siamo a una quadruplicazione delle forze in campo, i partiti hanno fatto vistosi passi indietro, lasciando ampio spazio di manovra ai candidati. E dunque, la cittadinanza deve saper cogliere questo momento di insperata e insolita libertà e partecipare al dibattito generale delle idee. Proverò a farlo per il settore di mia partenza, quello della cultura o in particolare delle arti visive. Come valutare la nostra città, sul fronte artistico- culturale? Vola troppo basso, non riesce a farsi sentire a livello di appeal turistico? Le mancano le grandi esposizioni? Ebbene, lasciamo perdere, Bologna non potrà mai essere città d'arte, al pari di Firenze e Venezia. Possiede certamente una bellezza architettonica, ma media, diffusa, senza quegli acuti, quei monumenti d'eccezione che attirano gli sciami di turisti dal palato facile. Ma è un male, questo? A giudicare dai danni che il turismo di massa produce altrove, non pare che ci si debba lamentare di questa carenza. Ma parliamo pure di mostre e invece che inseguire mete mirabolanti, rafforziamo ciò che è già ben inserito nella nostra storia, parlo delle Biennali d'arte antica, nate dal dinamismo di Cesare Gnudi, alla testa della Soprintendenza e col fervido appoggio dell'Università (Arcangeli e Volpe in prima linea). Si partì in tempi precoci, addirittura nel 1954, offrendo esempi di mostre «povere ma belle», necessarie, ben condotte, cariche di significato. Certo un merito dell'amministrazione attuale è stato di rilanciarle, con le due puntate dedicate prima ad Annibale Carracci, quindi ad Amico Aspertini. E dunque, prima di tutto, si tenga in piedi questa sorta di istituzione, si preparino senza indugio le puntate successive. Ma compito della prossima giunta dovrà essere, possibilmente, di dare fissa dimora a queste grandi rassegne, ben presenti nel nostro Dna. Che fine ha fatto il proposito di rendere agibile a fini museali il grande complesso Palazzo Re Enzo-Podestà, dove pure, nel 2005, si ebbe un positivo esordio del mandato Cofferati con la coraggiosa mostra del Primaticcio? E a che punto è la ristrutturazione di Palazzo D'Accursio, come luogo ideale di conservazione di tutte le nostre collezioni, da Cimabue al contemporaneo, passando per Morandi? Anche per integrare le magre possibilità offerte attualmente dal Mambo, che si è voluto barattare con la Gam, la Galleria d'arte moderna a suo tempo costruita in zona Fiera. Piccolo, angusto edificio, quello del Mambo, che tutt'al più può valere come vetrina delle ultime proposte, e che d'altronde rappresenta un'inversione di tendenza, rispetto alla parola d'ordine che oggi sta nel progettare una Bologna metropolitana, non arroccata nel solo centro storico ma ampiamente espansa nel territorio, col conseguente compito di trasformare la periferia in un laboratorio di idee e proposte in materia di arredo urbano. Renato Barilli