Come interrompere il rapporto tra i politici e i destinatari dei fondi istituzionali? Idea lanciata da Salvatore Carrubba: «Dobbiamo provare, le resistenze sono forti» Per lL'ex assessore del Comune di Milano : «Solitamente i beneficiari dei fondi preferiscono continuare a dipendere dalla politica» Il maestro De Simone che chiude il portone del Conservatorio a Velardi perché descritto come «simbolo dell'immobilismo napoletano ». Goffredo Fofi che sbatte la porta del Festival del teatro perché troppo «generalista». Albertazzi che a Napoli chiede di rilanciare il dialetto, ma il dialetto, quello napo-letano, nel frattempo espatria a Milano, al Piccolo, con Toni Servillo. Fa discutere, infine, Baricco che in un lungo articolo pubblicato da Repubblica il 24 febbraio lancia una provocazione: se il teatro e i musei hanno fallito, allora è il caso di dirottare i fondi pubblici verso scuola e televisione. Cosa succede? A Napoli la questione delle politiche culturali è andata ben al di là dello specifico. E proprio mentre si prepara la prossima edizione del Festival Teatro Italia. È andato in corto circuito il rapporto tra la politica e la cultura, un rapporto di dipendenza. Quando va bene. Di esclusione, quando va male. Ad ammetterlo è proprio l'assessore regionale Velardi all'indomani dell'ennesimo caso diplomatico con l'autore della Gatta Cenerentola per cercare di stemperare la polemica. «Ma qui, nella terra di Pulcinella, l'equivoco è diventato sistema», scrive Alfredo D'Agnese. Come tagliare, se c'è da tagliare, allora il cordone tra prìncipi e sudditi? Come arginare la marea di fondi pubblici destinati spesso ai soliti noti, decisa nelle stanze della politica non sempre da soggetti qualificati? Come si sposano in sintesi la burocrazia e l'arte? Sul mercato culturale esiste una proposta, assai liberale, assai provocatoria, mai realizzata in Italia. Anzi un tentativo è stato fatto anni fa a Milano, spiegheremo dopo perché non andato in porto. Parliamo del voucher per la cultura, di buoni destinati non a teatri, teatrini, compagnie, manifestazioni e chi più ne ha più ne metta, ma agli spettatori. Per cui la Regione non sovvenziona, e quindi non decide l'offerta, ma è la domanda a selezionarla. Una piccola vera rivoluzione democratica. Già testata in Canada e a New York per i teatri off-Broadway. Il principio fondante è semplice: se la fruizione di cultura è un diritto, il cittadino deve essere responsabilizzato e quindi deve poter scegliere. Ne è straconvinto Salvatore Carrubba, editorialista del Sole 24 Ore, ex assessore comunale di Milano. Colui che sotto il Duomo lanciò la proposta di un voucher per il teatro. «Non ci sono riuscito spiega a causa delle resistenze di coloro che ricevono solitamente i soldi e che preferiscono continuare a dipendere dal ministro, dall'assessore o dal consigliere di turno. Quel poco che sono riuscito, all'epoca, ad ottenere è stato creare un sistema di premialità, per cui venivano finanziate solo le compagnie più meritevoli sul piano dell'efficienza. Ma certo il voucher è tutta un'altra cosa». L'obiezione in cui si può incorrere proponendo il «buono teatro» è che le scelte del pubblico potrebbero essere orientate verso il basso e non verso l'alto. Più sceneggiate, meno teatro sperimentale. «Prima cosa continua Carrubba se si è liberali davvero, bisogna accettare anche questo verdetto: se dev'essere sceneggiata, sceneggiata sia. Inoltre si possono sempre introdurre delle forme di intervento ad hoc che premino l'avanguardia. Il punto è un altro». E questo Carrubba lo scrive da tempo. «Chi decide che al San Carlo si deve ascoltare Verdi e non Berio? E questo vale anche per l'arte contemporanea. In Olanda molte amministrazioni hanno acquistato opere di cui non sanno che farsene ». A chi infine destinare i voucher? L'istituto Bruno Leoni e un giovane ricercatore, Filippo Cavazzoni, dell'argomento si occupano da tempo. Cavazzoni ne ha scritto per il Riformista. «I destinatari spiega sono indubbiamente i giovani, studenti in primis, e gli anziani, che hanno più tempo libero e una certa curiosità. Questo è un modo sia per selezionare l'offerta sia per togliere agli enti pubblici la scelta. Ma soprattutto un mezzo unico per avvicinare e alfabetizzare chi è lontano anni luce da una sala teatrale. Se il compito dello Stato è quello di istruire, i voucher sono più diretti di un finanziamento dato alla compagnia di turno. Il problema è: siamo certi di voler cambiare il sistema? Vogliamo davvero eliminare privilegi ormai decennali?». Come dice il grande violinista Uto Ughi a proposito del rapporto tra politica e musica classica: «Interlocutori deboli rendono possibile ogni scempio». Ci vuole solo un po' di coraggio. Simona Brandolini Salvatore Carrubba
NAPOLI Voucher al pubblico per scegliere il teatro
Il rapporto tra la politica e la cultura è andato in corto circuito a Napoli, dove la questione delle politiche culturali è andata ben al di là dello specifico. L'assessore regionale Velardi ha ammesso che l'equivoco è diventato sistema. Un possibile modo per risolvere il problema è quello di creare un voucher per la cultura, che permetta ai cittadini di scegliere come spendere i fondi pubblici. Questa idea è stata lanciata da Salvatore Carrubba, ex assessore comunale di Milano, che sostiene che se la fruizione di cultura è un diritto, il cittadino deve essere responsabilizzato e quindi deve poter scegliere.
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