Caserta, palazzi fatiscenti in pieno centro storico Piano del colore affidato nel '97 e mai concluso Il progetto affidato dodici anni fa all'architetto milanese Luca Scacchetti: si attendono ancora i risultati definitivi Quando si dice «cominciare dalla frusta per finire alla carrozza» non è che si sbagli o si esageri dall'associare il proverbio ai piani di recupero del centro storico della città di Caserta. Affidati nel 1997 12 anni fa all'architetto milanese Luca Scacchetti, una «firma» dell'urbanistica indubbiamente, appena venerdì scorso si è saputo qualche altro piccolo particolare dell'immane commissione affidatagli: il piano del colore degli edifici del centro storico. Se ne avverte la necessità e bene ha fatto l'amministrazione comunale a convocare lo stesso Scacchetti, ingegneri e architetti e geometri e costruttori e sovrintendenza ai beni culturali per far sapere alla città quello che si dice «lo stato dell'arte progettuale». A questo, siamo; a come dovranno essere attintati gli edifici del centro storico, che sarebbe come scegliersi la cravatta senza conoscere ancora che tipo di abito si andrà a comprare o a ritirare dal sarto se in riparazione. A Caserta la campionatura è varia, in tema di estetica urbanistica, e non è da catalogo di architettura. Basta dare uno sguardo a certe facciate giallo-paglierine o ad altre rosso pompeiano che richiamano allegre case coloniche o case cantoniere di una volta. Una passeggiata al corso Trieste e il riscontro è fatto. Ma il centro storico della città che Luigi Vanvitelli non fece in tempo a disegnare nel suo complesso, oggi è anche un ampio catalogo oltre che di pessima tavolozza policroma anche di una serie di sgarrupi che richiamano alla Cassino bombardata nell'ultima guerra. Il percorso lo abbiamo fatto più volte, più volte descritto e documentato, le sollecitazioni a sbrigarsi con questo piano di recupero che non è certo il progetto della Tav-tratta alta velocità o della terza corsia dell'Autosole o del ponte di Messina, hanno prodotto la presentazione del catalogo dei colori da usare per l'attintatura. Addirittura con un convegno di grandi esperti. Ma è lecito conoscere dall'architetto Scacchetti cosa fare dell'archeologia urbanistica che «adorna» il centro cittadino? C'è mai passato per corso Giannone, l'urbanista, ad ammirare a ridosso della fresca restaurata Banca d'Italia, il palazzotto dal cui tetto spuntano cime di fichi selvatici ed altra vegetazione spontanea. Altro giardino-savana a pochi metri, in piazza Vanvitelli all'angolo con via Leonetti, il palazzo comunale di fronte e la prefettura di lato e accanto all'ultimo albergo: qui giace da un quarantennio quello che fu il palazzo delle Regie Poste, oggi un fradiciume. E in piazza Correra, a trenta metri dal corso principale, l'urbanista milanese ha mai visto le macerie di Palazzo Montagna (vi nacque Maria Valtorta, fondatrice del Movimento Valdese in Italia, lo ricorda una lapide su un trespolo e c'è da arrossirne), la steppa che fuoriesce dalla precaria recinzione? E nella stessa piazza, ha contato mai di quanti colori è fatta la facciata dell'edificio centrale? E una passeggiata per via Mazzini, dove lavori da linea di oleodotti sono ancora in corso per il recupero dei palazzotti addossati fra le vie Ferrante e Maielli, se l'è concessa l'architetto? Franco Tontoli