Caro Schiavi, io mi sento male. Mi ci sento per l'Accademia di Brera e per questa città che sembra non capirla. L'ho finita quattro anni fa (con le firme sui foglietti al posto dei registri, come avete scritto) e confermo il degrado e le scomodità. La disorganizzazione ci sembrava solo un po' peggio di quella delle altre università statali e le condizioni dei locali, mi dispiace, le stesse delle scuole pubbliche milanesi da cui venivo. Avrei voluto la carta igienica, ma non ci immaginiamo una discarica. Quando mi è capitato di lamentarmi con qualcuno, la risposta degli esterni era: ve lo toglieranno quel gioiello a furia di trattarlo così. Lì dentro comunque, nonostante i muri rovinati e i misteri che ci complicavano la vita burocratica, ho imparato tanto e sentito cura per una crescita culturale e umana trattata come patrimonio di tutti. Sembrava una responsabilità perfino a noi iscritti un «po' scartellati», coltivarla come un tesoro. Dopo anni di impegno serio si mette fuori il naso dall'ambiente creativo e fertile e sembra di averlo fatto inutilmente; si scopre di che, nell'ordine degli sventurati di queste generazioni, noi dell'arte siamo i più inutili e che una parte di Milano ci pensa scherzosamente come matti capricciosi cresciuti in una piccionaia (la più famosa al mondo, come si sa, zeppa di stranieri decisi a tutto per frequentarla). Ora gli studenti sono addirittura di troppo. L'opinione più comune è che sia il caso di rimuoverli «perché sporcano». Sarebbe carino se si spostasse l'attenzione sulle persone che, una volta conclusa un'accademia dove c'è perfino un duro test d'ingresso e si spende tempo, fatica e molti soldi in materiali, si trovano spesso prive di proposte lavorative e con un sistema dell'arte che gli è paradossalmente ostile; mentre ci si interessa improvvisamente a rette troppo alte e controlli tardivi su imbarazzanti bilanci fantasma e indecenze gestionali, bisognerebbe evitare che questo migliaio di anime, oltretutto, si senta in obbligo di vergognarsi. Mi dica qualcosa, la prego. Alice Spadacini Cara Alice, anch'io mi sento male per come Milano divora se stessa, per lo spreco, l'incuria e la disattenzione con la quale certi tesori finiscono per diventare (perfino) ingombranti. A Brera i problemi sono antichi come i conflitti di competenze che diventano paralizzanti e forniscono a tutti un alibi sicuro: per non cambiare mai. Nonostante la polvere dei gessi devastati e le toilettes da porto di mare(ma adesso la carta igienica c'è), l'Accademia di Brera resta uno dei vanti di questa città: siamo in attesa di capire come finiranno i casi aperti, dal trasloco nella caserma di via Mascheroni al sorprendente avanzo di bilancio da nove milioni di euro accantonati in pochi anni e non spesi per migliorare la didattica e agevolare gli studenti. C'è stato un certo fermento dopo le cose che hai letto. Qualcuno vuole scoprire se c'è chi ha tratto vantaggio da questa situazione contabile, come succede per i manager pubblici che hanno i premi di produttività per i risparmi sul bilancio. E mentre si cerca di capire se ci sono i soldi per finanziare la bonifica della caserma Mascheroni, dove dovrebbero andare gli studenti, affiorano difficoltà economiche per la sistemazione della Grande Brera. I tempi sono difficili e Milano e lo Stato in questi anni non hanno brillato nelle politiche culturali. Intanto all'Accademia si prepara il cambio al vertice. Si vota per decidere chi sarà il successore di Fernando De Filippi, storico direttore dal 1992: la sfida è a due, tra Gastone Mariani e Giuseppe Bonini. Ma la novità è anche questa: per la prima volta sono stati messi i lucchetti alle urne elettorali. Non so se è un atto dovuto o una scelta per evitare contestazioni, certamente è un passo avanti rispetto alla scatola di cartone in cui si mettevano le schede in passato. In questi giorni si assiste a un timido tentativo di rendere tutto più trasparente, sono usciti allo scoperto studenti che puntano a sensibilizzare Milano sul valore dell'insieme di Brera e difendono la localizzazione nel quartiere storico, contro il trasloco. Ma tu mi preghi di dire qualcosa d'altro, che io non so dire: è difficile parlare di quel sistema per me impenetrabile che è il mondo dell'arte. So soltanto che in un mercato aperto c'è un'avventura rischiosa ma inevitabile: quella di camminare sulle proprie gambe. gschiavircs.it