ROMA A Berlusconi l'idea è venuta in aereo, qualche settimana fa. Cercava qualcosa che andasse contro lo strapotere della burocrazia, che facesse presa sui cittadini e che al contempo fosse in grado di rilanciare l'economia. Il piano sull'edilizia che sta prendendo corpo in questi giorni ha per il presidente del Consiglio tutte e tre le caratteristiche. Dunque, per lui, è perfetto: sarà da limare, correggere, forse anche concordare con le Regioni in via preventiva prima di andare in Consiglio dei ministri, ma è quello che cercava. A Palazzo Chigi il testo della riforma circola, ma è ancora provvisorio. Resta l'incertezza su come procedere: l'alternativa è se chiedere alla Regioni del centrodestra di fare da apripista o se arrivare a un testo dell'esecutivo da sottoporre poi ai Governatori. Ma al di là della questione sul metodo è certo che il presidente del Consiglio non ha alcuna intenzione di desistere. Le critiche del segretario del Pd, sono state bollate da Paolo Bonaiuti come l'ennesimo caso «di una sinistra che sa solo dire di no a tutto». Quanto finora trapelato sulla riforma dell'edilizia allo studio del governo potrebbe arricchirsi anche di un altro tassello. È un vecchio pallino del premier, annunciato nel 2005 e poi non realizzato. L'idea è quella di alienare il patrimonio delle case popolari, a prezzi molto inferiori a quelli di mercato, per rendere gli inquilini proprietari di immobili che oggi di solito versano in condizioni di obsolescenza. Da proprietari, è il ragionamento del Cavaliere, quasi un milione di persone che oggi vivono in case popolari sarebbero finalmente invogliate ad investire nell'ammodernamento della propria casa o del proprio palazzo. Un progetto che ha comunque delle difficoltà tecniche, essendo gli istituti che gestiscono le case popolari di proprietà regionale. Sul resto del progetto Berlusconi è convinto di avere dalla sua non solo le associazioni dei costruttori e dei professionisti (architetti, ingegneri, geometri, ecc...), ma soprattutto la maggioranza degli italiani. E non solo per l'esigenza diffusa di aumentare la cubatura di un'abitazione o di un palazzo. Fra i punti chiave della riforma c'è un insieme di norme che vanno contro il potere eccessivo delle burocrazie comunali, quegli uffici tecnici che in tema di edilizia spesso rappresentano un vero e proprio contropotere anche rispetto al sindaco: la possibilità di superare con una perizia giurata (si vedrà in quali casi) il permesso di costruire, per il premier non solo consentirà di migliorare la congiuntura economica ma soprattutto sarà una norma accolta con favore da migliaia di italiani alle prese con la lentezza degli uffici comunali in tema di costruzioni. Almeno un'altra certezza circola a Palazzo Chigi: il favore con cui i Comuni vedranno la riforma, e non solo per quanto detto sopra. La ripresa del settore consentirà alle amministrazioni locali di incassare più soldi sotto forma di oneri di urbanizzazione, cosa che in tempi di bilanci magri non può che essere vista con soddisfazione dicono nel governo dalla generalità dei sindaci. Nel governo si aggiunge un'ultima nota: la previsione di abbattere e ricostruire edifici obsoleti «è proprio il contrario della cementificazione di cui parla Franceschini, perché consentirà di migliorare il patrimonio immobiliare esistente, preservando le aree verdi che invece oggi vengono aggredite ai margini delle città».