Mancano i presupposti di perché è impossibile attuare una seria politica di marketing FIRENZE «La presenza dei privati nel settore dei beni culturali è a rischio». A lanciare l'allarme è Patrizia Asproni, presidente di Confcultura, l'associazione nata nel dicembre 2001 che raccoglie le imprese di servizi (circa venti) che operano nell'ambito delle attività museali in Italia, sviluppate soprattutto dopo la legge Ronchey del 1993. Quello che sembrava un business promettente, in molti casi si sta rivelando un mezzo flop, tanto che i francesi di Réunion des musées nationaux hanno appena sciolto il legame con la Galleria d'Arte moderna di Roma, e stessa cosa ha fatto Novamusa con il Museo di Reggio Calabria. «È indispensabile aprire subito un tavolo di confronto con il ministero, perché i problemi sono seri e il nuovo Codice dei Beni culturali non li risolve», dice Asproni, manager del gruppo editoriale Giunti, presente nella gestione dei servizi del polo museale fiorentino. Che cosa non funziona? Mancano i presupposti di base perché ci sia una redditività per gli operatori privati. Questo è vero soprattutto nelle realtà minori, che dunque sono quelle più a rischio, ma esempi come la Galleria d'Arte moderna di Roma dimostrano che il disagio è profondo. L'apertura ai privati, sia pure parziale, ha contribuito a moltiplicare visitatori e introiti dei musei nazionali, basti pensare agli Uffizi e a Pompei, ma non tutte le realtà sono uguali a Firenze e Napoli. Poi anche in questi luoghi particolarmente attrattivi mica sono rose e fiori. Il nodo, dovuto alla inadeguatezza della legge Ronchey, è costituito dall'impossibilità di attuare una seria programmazione e una politica di marketing. Perché? C'è un conflitto di competenze e una forte chiusura da parte delle soprintendenze. Com'è possibile valorizzare un museo e gestire al meglio un servizio se non possiamo decidere gli orari e neppure stabilire il prezzo dei biglietti, per esempio differenziando fascia oraria, stagionalità o coincidenza con eventi particolari? È sufficiente che i custodi facciano sciopero, non contro la società che gestisce la biglietteria ma contro il ministero, e il museo resta chiuso. Stessa cosa accade il giorno di riposo. Si tratta di problematiche che i privati subiscono e basta. Quale soluzione proponete? L'Italia è un caso a sé, perché da una decina d'anni nella gestione dei beni culturali ha inaugurato questa esperienza mista, pubblico-privata, mentre altrove ci sono musei pubblici e musei privati, e le due sfere sono rigidamente separate. Adesso è giunto il momento di fare un passo ulteriore: lo Stato dovrebbe affidare a operatori qualificati l'intera gestione operativa dei musei, riservandosi l'azione di tutela e la responsabilità per gli aspetti scientifici. In altre parole, sarebbe opportuno che ai soprintendenti si affiancasse un manager con competenze meramente gestionali. Qualcosa di simile allo strumento del global service indicato dalla Finanziaria 2002 o alle fondazioni previste dal più recente Regolamento dei Beni culturali? Purtroppo gli ultimi interventi del legislatore, a nostro avviso, hanno ulteriormente complicato il quadro di riferimento: i cosiddetti "appalti militi-servizio" non affrontano il nodo della libertà del concessionario, che continuerebbe ad avere le mani legate; mentre le fondazioni, con il previsto intervento degli Enti locali, rischierebbero di ripubblicizzare il servizio. Per non parlare del mancato riconoscimento della professionalità di chi già fa questo mestiere: basti dire che non siamo stati neppure consultati dal ministero. Quello che chiediamo, è di aprire al più presto un tavolo di confronto sulle prospettive del settore. Cosa teme Confcultura? Il progressivo scivolamento verso poli museali di serie "A" e di serie "B", magari con il formarsi di una o due concentrazioni private. Sarebbe un peccato, perché i beni culturali sono la vera leva del marketing territoriale.