«La cultura non si fa con gli slogan» Professore, li ministro Bandi pretende d ridurre a rango di esternazioni le sue critiche espresse da presidente del Consiglio superiore dei beni culturali. Il ministro ha maturato una convinzione singolare, cioè che il presidente del Consiglio superiore debba tacere. Siccome la libertà di parola è più preziosa di ogni altra ed è certamente più importante di qualsiasi carica, come ho spiegato nella mia lettera al ministro pubblicata da Repubblica, non rinuncerò a esercitarla da libero cittadino. Dopo un lavoro cominciato da consigliere, anche molto critico, del ministro Urbani lei ha messo a punto un condiviso codice del beni culturali e paesaggistici che pone un freno agli archeocondoni, alle svendite, ai colpi dl finanza creativa. La manovra varata dal Consiglio del ministri lo scorso dicembre rischia di smantellarlo? Non penso sia in atto un progetto di smantellamento. Né che ci sia una stanza dei bottoni gestita dal ministro con alcuni fedelissimi. Quello che vedo è una serie di mosse incoerenti fra loro, mentre manca una visione generale. Temo che il ministro Bondi, purtroppo, non abbia ancora una conoscenza sufficiente dei meccanismi di funzionamento del ministero a cui è preposto. Con grande candore si dichiara lieto che gli tolgano soldi dal bilancio. Non ho mai visto una cosa del genere. Al centro della riforma Bandi c'è un progetto molto criticato di valorizzazione affidato a Mario Resca proveniente dalla McDonald's. Continuo a ritenere che per la valorizzazione occorra un esperto di patrimonio culturale. Occorreva fare ciò che lo stesso ministro aveva dichiarato di voler fare, cioè un bando internazionale, per avere un esperto di primissimo piano. Bondi non ha fatto bandi e nomina il dottor Resca che sarà certamente un bravo manager, ma certo non si intende di musei e di patrimonio d'arte. Come lui stesso dice. Insomma, non vedo perché nel caso del patrimonio culturale si debba puntare suIl'incompetenza piuttosto che sulla competenza. Berlusconl qualche mese fa in Inghilterra si vantò con la stampa del numero di tv e cellulari procapite in Italia, dello scudetto e di un patrimonio d'arte Italiano pari al 50 per cento di quello mondiale. Oggi assistiamo al lancio del logo Museo Italia che fa tanto pensare ad azienda Italia... La favola del 50 per cento è da sfatare. Non si può fare un conto perché manca un inventario mondiale del patrimonio. In un giornale ho letto addirittura che l'Italia avrebbe il 70 per cento del patrimonio mondiale. E' una cosa che fa morire dal ridere. Come se in Francia, in Spagna, in Gran Bretagna, in Germania non avessero le loro cattedrali, i loro musei. Quanto allo slogan Museo Italia è quanto mai sinistro e negativo. L'Italia non è museo, l'Italia è un Paese vivo, di cittadini. Un Paese la cui principale caratteristica è che grati parte del patrimonio artistico si trova nelle città, nelle strade, nelle piazze. Nei luoghi dove si vive. Anziché dire annettiamo anche il resto dell'Italia a uno spazio museografico immaginario, virtuale , bisognerebbe fare il contrario: proiettare i musei verso la città e fare dei musei delle città. Più in là bisogna dire che non è con gli slogan che si salva la cultura, è con i progetti e con le risorse di personale che invece manca; la cultura si salva con investimenti che al contrario vengono ridotti ogni giorno che passa. Fa da controcanto a Berlusconl un discorso del presidente Ciampi (sulla lungimiranza dell'articolo 9 della Costituzione. Lei lo ricorda nel libro edito da Electa, Battaglie senza eroi. E' un discorso bellissimo, nel 2003 Ciampi parlava dell'Italia che è dentro di noi, lo cito volentieri perché è un'interpretazione autentica, corrisponde perfettamente a tutta la letteratura specialistica e in particolare alle sentenze della Consulta sul significato dell'articolo 9 della Carta. La Costituzione non dice che l'Italia è un museo, dice che il patrimonio paesaggistico e culturale dell'Italia va difeso in funzione dei cittadini. Cioè va difeso un elemento vivo e attivo del diritto di cittadinanza, questo credo dovrebbe essere lo spirito in cui bisognerebbe lavorare. Di questo spirito purtroppo si vedono scarse tracce in giro. Nel suo Italia spa (Einaudi), invece, riportava un articolo della Frankfurter Allgemeine Zeitung che stigmatizzava la politica di Tremonti e Urbani come talebana e distruttiva. Ora, con curioso rlbaltamento, si legge che ci sarebbero i talebani della conservazione... Fu la moderata e gentile Giulia Maria Crespi, in un'intervista, a usare quella espressione per dire della distruzione del patrimonio. Ora questa parola su alcuni giornali italiani non particolarmente interessanti è diventata un nodo per insultare chi difende la Costituzione. Io credo che si tratti di difenderla di fronte a uno strisciante tentativo di fare come se non esistesse. Ricorrere al diritto di cittadinanza, richiamare la libertà di parola, dire che la protezione del patrimonio e del paesaggio è un elemento essenziale dell'identità italiana.., se tutto questo significa essere talebani, allora sono io che non ho capito qualcosa. Colpiscono in questo senso alcune dichiarazioni del professor Carandini che sul Corsera parla di tentativi di santificare i beni culturali. I magazzini del musei - dice - sono pieni di beni impolverati con cartelli rosi dai topi e destinati all'oblio. Se lui ha usato questi argomenti la cosa mi addolora perché sono gli stessi usati proprio da alcuni politici. In particolare quello dei musei come luoghi dell'orrore è un tema lanciato da Umberto Broccoli, il nuovo sovrintendente comunale di Roma nominato dal sindaco Alemanno. Io non la penso così. I magazzini sono la riserva aurea dei musei. Vi sono cose che attendono ancora lo studio. Questo Broccoli forse non lo sa, ma Carandini certamente sì.