INTERVISTA Nonostante il riconoscimento della Comunità scientifica Nella sede della Società Consortile Digamma che si occupa dell'«Uomo di Altamura» il reperto paleontologico ritrovato dal Carso nel "93 sono ormai abituati ad aggiungere nuove pagine al faldone delle testimonianze di riconoscimento che provengono dalle più prestigiose istituzioni scientifiche internazionali. «Testimonianze di riconoscimento e d'incredulità dinanzi all'immobilismo del Comune di Altamura - spiega l'antropologo Vittorio Pesce Delfino, antropologo dell'Università di Bari e responsabile del progetto Sarastro. Certo l'Uomo di Altamura e l'intero territorio nel cui ventre riposa rappresentava una potenziale miniera d'oro e di lavoro per i tanti disoccupati del comprensorio del Parco dell'Alta Murgia. E invece il Comune di Altamura continua a stemperare nelle beghe interne di una difficile amministrazione la propria incapacità ad assumere la consapevolezza di quest'enorme patrimonio scientifico e culturale di cui è responsabile». Così riposa per sempre l'Uomo di Altamura nella Grotta di Lamalunga. E sembra proprio riposare l'intera amministrazione comunale di Altamura responsabile anche dell'enorme danno economico causato dalla propria immobilità. «Il reato che si sta perpetrando nella Grotta di Lamalunga dove giace l'Uomo di Altamura - continua Vittorio Pesce Delfino - è quello di perdita di soldi pubblici e di omissione di quanto avrebbe potuto già essere fatto per gli scopi per i quali i soldi pubblici, attraverso la Cee e la Regione Puglia, sono stati utilizzati: ma il reato più grande è quello di continuare a rendere non disponibile il reperto. Naturalmente anche la ricerca scientifica sul reperto è attualmente bloccata. Ci ricorda la storia del ritrovamento dell'Uomo di Altamura? «Lei sa che i reperti paleontologici non nascono quando vengono trovati ma quando la comunità scientifica internazionale viene informata del loro ritrovamento e delle prime ipotesi interpretative e comunque di prospettiva. Quanto facemmo nel giro di due giorni, tra l'08 e il 1010 del 1993. Poi in realtà, come si sa, la stessa tradizione scientifica avrebbe voluto che il reperto fosse tolto di lì e trasferito in un museo che avrebbe certo ricevuto prestigio, sia dal punto di vista museologico che scientifico, da quella presenza». E invece? «Invece ho la grandissima responsabilità di essermi opposto allora a questa soluzione prima di tutto perché ritenevo che fosse tecnicamente impossibile portarlo via senza rovinarlo e poi perché ritenevo che fosse giusto che il territorio che lo possedeva rimanesse possessore di questo bene alfine di poter basare su quella presenza anche iniziative concrete di valorizzazione e di promozione economica. La soluzione tecnica fu avanzata dall'Università degli Studi di Bari con il Progetto Sarastro, che pur con molte opposizioni e polemiche, riuscì, con l'intervento economico della Comunità Europea e l'intervento attivo della Regione Puglia, a realizzare un sistema unico al mondo, capace di garantire unitariamente la massima tutela del reperto, le migliori condizioni per il proseguimento della ricerca scientifica e la possibilità di fruizione "museale". Dovemmo però sopportare enormi ritardi nella consegna, dovuti ancora una volta alle inadempienze del Comune di Altamura che sono costate al Consorzio Digamma ben 1800 milioni di danni». Personalità autorevoli hanno riconosciuto l'importanza dell'Uomo di Altamura e restano incredule dinanzi a questa situazione gravissima. Quali sono questi amici? «La massima istituzione europea in campo antropologico, il Musee de l'Homme di Parigi, ma anche il Collegium degli Antropologi di Heidelberg e l'Università di Brno. In Australia, esponenti dell'Università di Melbourne e di Sydney addirittura cercato attivamente di avere rapporti col Comune di Altamura. Niente da fare». Perché secondo lei nessuno di questi grossi interlocutori è riuscito a convincere il Comune di Altamura ad assumersi le proprie responsabilità? «Perché il livello del territorio, sciaguratamente imbelle, ha fagocitato quel reperto che io credevo potesse determinare una crescita dello stesso territorio». Regione Puglia, Comunità Europea e Università di Bari sono ancora gli interlocutori di questa vicenda? «Formalmente sì. La Regione Puglia, che ha veicolato i finanziamenti, ha delle responsabilità rispetto alla risoluzione di questa vicenda. L'Università di Bari, che ha però oggi un atteggiamento di assenza sul problema, ha in passato esercitato anche il monitoraggio del progetto, sia dal punto di vista tecnico che amministrativo, sino al collaudo. Ci sarebbero insomma tutte le carte in regola perché un intervento attivo ci sia da parte di queste istituzioni. Ma non lo si registra. La situazione causata dal non uso dell'intero sistema è gravissima». Chi ha oggi il potere di sbloccare la situazione? «La Regione Puglia ed il Ministero per i Beni Culturali che nella persona del Soprintendente Regionale Soragni è aggiornato sulla situazione. A questo riguardo Soragni ha lanciato in passato l'idea di una fondazione. Ma gli approfondimenti sul problema, pur avviati, non hanno sinora prodotto alcun risultato».