I suoi punti di riferimento erano Moscati e Isserlin lallievo di Schliemann Suo il ritrovamento del "Giovinetto di Mozia" "Cerano pochi mezzi, ma lentusiasmo ci faceva superare ogni ostacolo" La sua ultima battaglia contro il Parco mistico che si voleva costruire a fianco di Segesta Fortunati gli uomini che inseguono sogni. Vincenzo Tusa è andato appresso anni e anni al suo: realizzare il parco archeologico a Selinunte, per mettere lo scrigno della storia al riparo dei saccheggi ladreschi e delle speculazioni mafiose. È stata dura ma alla fine dopo un ventennio di tribolazioni ce lha fatta. Ha cooptato i tombaroli, si è sbracciato a cercare finanziamenti, non è indietreggiato di fronte all pressioni dei boss, si è scontrato a muso duro con i cugini Nino e Ignazio Salvo, ras delle esattorie, che a un tiro dal sito archeologico volevano realizzare un albergo. Questarea dal 1983 è un fiore allocchiello della bella Sicilia, quella salvata dalle grinfie dei dannati. Duecentosettanta ettari di bellezze incontaminate e inaccessibili oggi e per sempre ai signori del cemento. Comincia nel 1963 la lunga marcia di Tusa, quando assume la carica di soprintendente alle antichità e alle belle arti di Palermo e Trapani. Vede quella distesa abbandonata e non si da pace al pensiero dei tesori che vi sono seppelliti. Nel suo libro "Selinunte nella mia vita" e in tante interviste racconta la sua esperienza: «"Baciamo le mani professore", mi dicevano quasi con un pizzico di derisione i tombaroli che rientravano al mattino con il loro carico di reperti. E io li guardavo dalla finestra senza sapere cosa fare. Ma quando qualcuno aggiunse che chi è senza lavoro è disposto a tutto pur di sfamare i figli, mi scattò lidea giusta, unidea che mettesse daccordo clandestini e sovrintendente. Andai dallallora presidente del Banco di Sicilia Carlo Bazan e gli chiesi i soldi per assumerli. Mi mise a disposizione tre milioni, una bella cifra per i tempi. Il venerdì successivo di prima mattina vidi una dozzina di uomini che tornavano con il consueto carico. Dissi loro che era ora di smetterla di rubare perché dal lunedì avrebbero lavorato per me». Una soluzione poco ortodossa ma efficace. Tusa viene chiamato a Roma per dare conto e ragione della sua bizzarra iniziativa, ma anche stavolta tiene duro. La cosa più difficile però è ancora da venire. Incamerare le aree e tenere a bada lingordigia degli speculatori edili. «Non fu facile espropriare i terreni a ottanta proprietari. Con qualcuno ho avuto grossi problemi. A Castelvetrano affissero perfino un manifesto contro di me. Ma alla fine ho avuto ragione». Quellesperienza rivive anche nel filmato "Oltre Selinunte" di 55 minuti realizzato dal filmaker palermitano Salvo Cuccia. Nella pellicola anche una fugace testimonianza dello scrittore Vincenzo Consolo, che già aveva affiancato Tusa, insieme a decine di intellettuali italiani, negli anni delle marce per chiedere la realizzazione del Parco. Tusa nasce a Mistretta (Messina) nel 1920 e si forma a Catania. Si ritrova così immerso in quella cultura ellenica che caratterizza la Sicilia orientale. E solo di greci avrebbe voluto occuparsi, seguendo la scia del suo maestro, larcheologo Ranuccio Bianchi Bandinelli. Assunto alle Antichità e belle arti di Roma, fa di tutto per farsi trasferire a Siracusa, regno della grecità. Invece lo spostano a Palermo, dove i greci non sono mai arrivati. «Ma per fortuna - come ha più volte ribadito - vennero i punici. E fu così che divenni mio malgrado un punicista. Poi ne sono stato felice». Cominciano gli anni delle scoperte. Il sito di Solunto a due passi da Palermo, il disseppellimento, con Gioacchino Falsone, del "Giovinetto di Mozia", i sarcofagi romani, Selinunte, linsegnamento nellAteneo di Palermo, i tanti libri scritti. Un viaggio nellarte, nel cuore antico dellIsola. A Mozia ha la fortuna di collaborare con quello straordinario personaggio che fu Benedikt Isserlin, allievo dello scopritore di Troia, Heinrich Schliemann, negli anni ruggenti quando larcheologia è ancora unavventura. Così Tusa ricorda quellepopea: «Cerano pochi mezzi, ma lentusiasmo era tantissimo e ci faceva superare ogni ostacolo. La Sicilia deve molto a tanti archeologi che hanno scavato con passione riportando alla luce reperti e pezzi di storia. Tra gli altri mi piace ricordare Sabatino Moscati e Isserlin. Questultimo è stato un importante punto di riferimento per tutti noi. Io ho avuto il piacere di collaborarlo e di stimarlo, prima da semplice funzionario alla sovrintendenza, poi da sovrintendente. Insieme abbiamo lavorato e vissuto ore piacevoli. Era un inglese dotato di grande stile e di humor e di passione autentica». Per una strana coincidenza del destino Isserlin è scomparso nel 2005, a 89 anni come Tusa. Prima di lui e di Isserlin a Mozia avevano scavato, portando alla luce preziose testimonianze della civiltà punico-fenicia, Giuseppe Whitaker, proprietario dellisoletta, e proprio Schliemann, sul finire dellOttocento, prima che diventasse leroe di Troia. Tusa, cresciuto con il mito di Benedetto Croce (che, dopo averne divorato i libri, va a Napoli per conoscerlo), Antonio Gramsci e Carlo Marx, è stato sempre un combattente. Negli anni Ottanta scende in campo con il vecchio Pci («Ma da indipendente», precisa), diventando consigliere provinciale. La sua ultima battaglia è contro il Parco mistico che si vuole realizzare a fianco di Segesta, installando le facce gigantesche di madre Teresa di Calcutta, papa Wojtyla e Padre Pio. Scrive una pacata e documentata lettera al promotore, lonorevole Nicola Cristaldi, per scongiurare quellobbrobrio. «È proprio strano che si voglia affiancare quasi un altro parco a Segesta, sia pure "mistico", aggiungendo segni di altre religioni (in questo caso la cattolica) a quella già esistente, testimoniata dal tempio dorico, segno tangibile di unaltra religione, greca o elima che fosse... Si sovvertirebbero completamente i motivi, gli scopi e i fini di un complesso già esistente, fondato su realtà che risalgono almeno a tre millenni fa». La sua statura di studioso e di difensore della bella Sicilia non viene nemmeno scalfito dalla sua affiliazione alla loggia massonica P2. Per chi lo ha visto per anni impegnato a fronteggiare il malaffare, è un peccato ascrivibile allingenuità. Nelle conversazioni preferiva ricordare quel suo viaggio in Cina nel 1973, primo tra gli archeologi italiani, e i grandi personaggi della cultura che erano rimasti incantati di fronte alle rovine di Selinunte. Ed ecco Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir, sussurrare: «Interrogammo i templi, il loro silenzio aveva più peso di tante chiacchiere». E ancora Cesare Brandi che le definisce «Le più belle che esistano al mondo». E infine Indro Montanelli che dimpeto scrive: «LItalia si difende a Selinunte». Oltre del Parco da lui creato di unaltra cosa andava fiero. Del figlio Sebastiano, che ne aveva seguito le orme e che oggi guida la Soprintendenza del mare della Regione. «È diventato più bravo di me», diceva compiaciuto.