Chi potrebbe dirsi contrario a evitare gli sprechi nel finanziamento pubblico della cultura, o in qualsiasi altra attività umana? Nessuno. Chi potrebbe dirsi contrario a migliorare il livello della scuola, arricchendola di attività artistiche sostenute da insegnanti preparati e motivati? Nessuno, ovviamcnte. Che nel teatro, nel cinema, nella musica contemporanea, ci siano sprechi e rendite di posizione così come nella politica, nell'università, nell'informazione e in buoua parte delle attività umane è sotto gli occhi di tutti. Sarebbe di universale sollievo credere che per fronteggiare questa difficile e complessa situazione basti spostare quello che rimane del Fondo unico per lo spettacolo «nella scuola e nella televisione» e «lasciare che negli enormi spazi aperti creati da questa sorta di ritirata strategica si vadano a piazzare i privati», come sostiene Alessandro Baricco su «la Repubblica». Che siano discutibili alcune scelte di sostegno pubblico della cultura in Italia, è talmente evidente che sottolinearlo appare persino ingeneroso. Ma lo Stato pu realmente sottrarsi al compito di finanziare l'arte, soprattutto quella di ricerca, che probabilmente non incontrerà i gusti del grande pubblico? Chi lo farà se non lo fa lo Stato? I privati? Perché un privato dovrebbe spendere molti soldi per avere pochi spettatori? Probabilmente preferirà sponsorizzare opere che gli danno la certezza di un ritorno immediato. Qualche volta gli esemni non mancano si spingerà un pò più avanti, ma se si paga qualcuno per fare una cosa che non dà guadagno, di solito si vuole decidere anche come deve essere fatta: spiegarlo a un artista pu essere complicato. Questo non significa che lo Stato debba continuare a foraggiare spettacoli inutili, ma forse ha senso che si assuma il rischio di finanziare una tradizione ben rappresentata e una ricerca artistica non banale, rischiando anche di sbagliare. Per esempio: per ogni film di alto livello pagato comunitariamente vogliamo concedercene almeno due scarsi? Se come spiega l'economista Gotti Tedeschi la prima cosa che le industrie tagliano quando calano le vendite sono la pubblicità e i contributi, mettere la proposta culturale completamente nelle mani dei privati non rischia di collegarla troppo alle fluttuazioni del mercato? In un periodo di crisi come questo, magari, gli investimenti dei privati forse diminuirebbero. Proprio mentre siamo tutti pi poveri e depressi e abbiamo bisogno di andare a teatro, i grandi magnati del mercato non avrebbero voglia o fondi per proporeelo e ci ritroveremmo a doven scegliere tra spettacoli di cassetta che magari alla depressione aggiungerebbero un pò di malinconia. Ci rimarrebbe comunque auspica Baricco «una sera alla settimana di tivù che se ne frega dell'Auditel», che le scrittore, io e la maggioranza dei nostri venticinque amici e conoscenti non ci perderemmo per niente al mondo. Ma perché per fare questo bisognerebbe «abbandonare i cartelloni di musica da camera»? E soprattutto siamo sicuri che così non creeremmo una nuova nicchia di raffinati esegeti che non esce il martedì perché in televisione danno l'autore pifi in voga e meno visto del momento? Nell'era del digitale, del satellite e di internet, con gli archivi della televisione pubblica che traboccano di capolavori di tutti i tipi, costerebbe così tanto mettere qualcosa di importante in prima serata? Ma sarebbe davvero utile? O forse converrebbe come spiega Frédéric Mitterand che di televisione si è occupato a lungo in Francia alzare il livello medio della programmazione televisiva pubblica pi che proporre a spot, anche a scadenza fissa, grandi capolavori? Ma poi, sorpresa, finisce che la cultura in televisione c'è già, che i canali tematici trasmettono capolavori quasi tutte le sere. Si ridurrebbe dunque tutto a spostare la programmazione sul digitale terrestre? E quanto durerebbe? Non sembra davvero quello che Baricco nella sua replica alle critiche definisce «un gesto lungo, sporto nel futuro» che «non pu farsi dare il calendario dalla politica», ma piuttosto un esercizio di stile a cui manca un pò di lungirniranza. Lo scrittore poi lamenta la scarsa attenzione dei suoi interiocutori, troppo impegnati a battere i record dei videogiochi mentre lui paria o scrive. Ma mentre i disattenti lettori parziali dci suoi articoli giocano alla playstation interfacciati magari con gli amici statunitensi, potenzialmente discutendo nell'annessa chat dell'ultimo spettacolo del Metropolitan visto contemporaneamente on line o al cinema in mondovisione, secondo lui sarebbe utile intervenire in maniera esclusiva su un mezzo, come la televisione, che sembra perdere rapidamente interesse. Internet gronda di cultura da ogni bit, oltre che di qualsiasi altra cosa, e la novità sarebbe trasmettere capolavori in prima serata? E perché allora non tornare tutti seduti attorno alla radio, magari con un bicchierino di rosolo? Le questioni complesse quasi mai hanno soluzioni semplici. I privati investiranno nella cultura come e quanto possono e vogliono. Si possono incentivare, come tutti ci auguriamo, ma questo non necessariamente implica una marcia indietro dello Stato. Le due cose convivono in diversi Paesi. La televisione pubblica farà quello che è in grado di fare nell'attuale contesto,. i canali tematici faranno il resto, la radio continuerà a trasmettere ottimi concerti senza soluzione di continuità. Internet imperversa e finché non inventeranno il teletrasporto della conoscenza appare il terreno privilegiato sul quale intervenire per l'auspicata alfabetizzazione culturale che si invoca un po' dappertutto. Alcune cose si possono fare e sono scontate: pi persone competenti ai posti di responsabilità. L'«unica domanda» alla quale Baricco ci vorrebbe confinare è se il nuovo scenario da lui disegnato ci convince o se «preferiamo quello che ci siamo scelti anni fa e che è tuttora operativo?». E perché le alternative sarebbero solo queste? Ci sono altri rimedi che implicano volontà politica e visione strategica. Che dire di un allineare in Italia la percentuale di Pil indirizzato verso la cultura agli standard europei, nella convinzione che nel lungo periodo si tratti di un investimento vantaggioso anche economicamente. Ma forse sono tutte idee vecchie.
Chi deve manovrare il sipario della cultura?
L'articolo discute la necessità di finanziare la cultura in Italia, in particolare la scuola e la televisione. L'autore sostiene che lo Stato dovrebbe continuare a finanziare l'arte e la ricerca, anche se ciò significa rischiare di sbagliare. Al contrario, lasciare che i privati finanziino la cultura potrebbe portare a una riduzione del livello della programmazione televisiva pubblica e a una mancanza di accesso alla cultura per il grande pubblico. L'autore propone di incentivare i privati a investire nella cultura, ma non a scapito dello Stato. Inoltre, suggerisce di aumentare la percentuale di PIL destinata alla cultura per investire nel lungo termine.
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