Mezzo miliardo di denaro pubblico. Per la precisione 444 milioni e 167.870 euro. È la cifra che decine di soprintendenze italiane (archeologiche, architettoniche, paesaggistiche, storico- artistiche, archivistiche, per i beni librari) non sono riuscite a spendere nel 2008. Soldi diventati residui passivi. Denaro che è stato «rimodulato», cioè sottratto al progetto mai realizzato e destinato a piani successivi. Dalla legge finanziaria del 2007 in poi, infatti, i finanziamenti stanziati all'inizio di un'annualità e non utilizzati entro il 31 dicembre dell'anno seguente vanno destinati ad altro. Colpa della burocrazia e delle lungaggini amministrative, sostengono i vertici del dicastero. Incapacità di spesa di molti dirigenti, contestano i sindacati. Fatto sta che in tempi di tagli economici (ancora ieri sera, nel corso dell'ultima riunione del Consiglio superiore dell'era Settis, è stata approvata una mozione per condannare i tagli che si stanno abbattendo sul settore), il ministero di Sandro Bondi non riesce a utilizzare il denaro a disposizione «pronta cassa»: grazie alle leggi approvate nel 1997 per il terremoto in Umbria, i fondi sono tutti inseriti nella «contabilità speciale» per velocizzare. Veri conti correnti a disposizione delle singole istituzioni titolari del progetto. Il mezzo miliardo, per di più, è una cifra relativa: alla contabilità generale sfuggono le soprintendenze archeologiche speciali (per esempio Roma e Napoli-Pompei) o i Poli museali speciali (Roma, Firenze, Napoli e Venezia) dotati di bilancio autonomo. La cifra assume in queste ore un significato politico. Salvatore Settis ha lasciato polemicamente la presidenza del Consiglio superiore per i Beni culturali contestando (tra l'altro) al ministro Bondi di aver accettato «supinamente» dal governo un taglio di un miliardo di euro di risorse nel triennio 2009-2011. Il suo successore Andrea Carandini riconosce il problema ma punta l'indice contro una macchina che impedisce di spendere. I soldi, se vogliamo, ci sono (sostiene Carandini) tutto sta nel riuscire a spenderli veramente. Quel mezzo miliardo intatto sembra dargli ragione. Se ne discuterà martedì 17 alle 15, quando Carandini terrà il suo discorso di investitura in Consiglio, molto atteso dopo le polemiche. Il fenomeno dei residui passivi è in diminuzione dal 2005 al 2008: 850 milioni di euro nel 2005 contro i 444 dell'anno scorso, rispettivamente il 61,64 contro il 44,64. I peggiori spenditori sono i beni architettonici (54,12 di fondi inutilizzati). I più agili quelli archeologici (32,93). Dice Maddalena Ragni, direttore generale del ministero per i Beni e le attività culturali e responsabile del Bilancio e programmazione economica: «Circa i beni architettonici, che rappresentano il capitolato più importante, l'Unione europea prevede regole molto rigide e complesse per le procedure di gara di appalto. Lungaggini alle quali si aggiungono gli innumerevoli ricorsi al Tar delle ditte che hanno perso la gara. E ogni ricorso si traduce nel blocco del progetto e del cantiere». Per tagliare i residui passivi, il ministero ha sollecitato agli uffici di richiedere il finanziamento per progetti immediatamente trasformabili in cantieri, tagliando quindi i tempi morti della progettazione su carta. Conclude Maddalena Ragni: «Comprendiamo le esigenze di trasparenza e correttezza per gli appalti, ma sarebbe bene rivedere alcuni passaggi per consentirci tempi rapidi». Contesta Gianfranco Cerasoli, segretario della Uil beni culturali e membro del Consiglio superiore: «Spesso manca il personale che segua i progetti, le mancate assunzioni hanno drammaticamente privato gli organici di architetti, archeologi, storici dell'arte. E poi in molti posti-chiave sono stati collocati autentici incapaci. Recentemente ho denunciato casi di funzionari inadeguati in Calabria, Abruzzo e Lazio. Per tutta risposta sono stato denunciato da questi dirigenti che, incredibilmente, si pagano le spese legali per difendersi dall'accusa di scarsa professionalità grazie all'Avvocatura dello Stato. Ho scritto una lettera per segnalare il caso al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano». Conclude Michele Trimarchi, docente di Economia della cultura a Bologna: «In tempi di tagli, spendere il denaro a disposizione è un imperativo di minima decenza. Oggi chi va veloce vince, e noi abbiamo processi decisionali di inaccettabile lunghezza nei beni culturali. Urgono riforme radicali immediate: la garanzia di trasparenza, nella contemporaneità, è perfettamente compatibile con la flessibilità».
Beni culturali, il tesoro non speso
Il ministero dei Beni e delle attività culturali ha un residuo passivo di 444 milioni e 167.870 euro, che è il mezzo miliardo di denaro pubblico non utilizzato nel 2008. I soldi sono stati rimodulati e destinati a piani successivi. I vertici del dicastero sostengono che la burocrazia e le lungaggini amministrative sono responsabili. I sindacati contestano l'incapacità di spesa dei dirigenti. Il ministero ha sollecitato agli uffici di richiedere il finanziamento per progetti immediatamente trasformabili in cantieri per tagliare i residui passivi.
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