LA concezione post-moderna e non ancora post-elitaria del bene culturale dovrebbe farci riflettere su ciò che ha scritto Umberto Eco in riferimento al museo. «Il problema non è tornare a prima del museo, ma come usare il museo affinché sia un luogo di vita e non un luogo di morte». l museo come luogo vivibile. Ma bisogna fare in modo che sia vivibile. La partecipazione, la diffusione, l'educabilità sono punti chiave sui quali si tornerà a discutere. Che senso avrebbe proporre un museo aperto e poi nel contempo proporre operazioni culturali leggibili solo dagli addetti ai lavori. E da questo punto di vista bisogna darsi certamente una regolata. Anche perché la maggior parte (se non tutti) degli studiosi sono dello stesso parere. In un testo di Antonio Piva dal titolo "Lo spazio del museo"(Marsilio) si legge: «Come la televisione, la stampa, il cinema, i musei fanno parte dei sistemi di comunicazione della nostra società, anche i musei obbediscono a quelle leggi che promuovono e favoriscono relazioni tra il mondo dei viventi e quello che i reperti - di qualunque natura essi siano - rappresentano. Come ogni altro sistema di informazione, interpretano le aspirazioni della nostra epoca, i ruoli dei paesi di appartenenza». Antonio Piva si riferisce ai musei d'arte contemporanea ma c'è da dire che la sostanza in termini di progettualità educativa non muta. E ciò è vero soprattutto se affrontiamo tale discorso con gli strumenti idonei alla società moderna. Ovvero se consideriamo il museo come elemento culturale di trasmissione e in questo senso McLuhan ha dato delle utilissime indicazioni. J. Glusberg ha studiato la questione e ha dedotto che «la differenza tra Museo comunicativo ed un Museo veramente informativo consiste nel fatto che il primo è attrezzato per incoraggiare la partecipazione, mentre il secondo convoglia i suoi contenuti in una struttura che inibisce tale partecipazione». Credo che tutti dovremmo tendere per un museo della partecipazione. Ma la partecipazione passa per le offerte che si propongono e come queste offerte vengono ad essere proposte. In questo senso il rapporto tra didattica e scientificità diventa sempre più conflittuale. Infatti Zecchi, citato da Piva, sostiene: «Si è sempre consolidato il pregiudizio di un mondo artistico subordinato alla realtà scientifica, un pregiudizio che spezza l'antico legame dell'arte con il vero e il falso, con il bene e il male. In quest'educazione c'è tutto l'aspetto arrogante e coercitivo che ha assunto nella nostra cultura l'abuso quotidiano dell'idea di verità della scienza. È un'idea che con la lenta e sistematica progressione ha sterilizzato la fantasia, ha tolto dal linguaggio ogni valore mistico e metaforico su cui si basa il nostro rapporto originario con l'arte e la natura». Un antico dilemma che trova in una società come la nostra una chiave interpretativa certamente diversa da come poteva essere intesa decenni fa. Ma tuttora ci sono resistenze dure a morire. Perché questo? Perché dietro a queste concezioni sì ci sono scuole di pensiero ma ci sono anche interessi che sono prettamente scientifici. Bisogna spezzare gli steccati dei pregiudizi. Se non c'è partecipazione, comunicazione, leggibilità il bene culturale è un bene morto. Dobbiamo rendere i musei leggibili perché la fruibilità passa attraverso una reale decodificazione della storia. Il dibattito sui beni culturali in Italia ha toccato livelli alti. In gioco c'è il patrimonio di un Paese. I beni culturali nella loro fattispecie costituiscono sempre nuovi valori. Rim-possessarsi di questi valori può essere una formula vincente. Valori anche come luoghi dello spirito e della fantasia o dell'immaginazione. Soprattutto per questi aspetti il libro di Antonio Piva è di grande interesse il quale si affianca ad un altro suo testo pubblicato nel 1991 (edito da Jaca Book) dal titolo: "La costruzione del museo contemporaneo. Gli spazi della memoria e del lavoro". Il comportamento del pubblico è un altro di quegli aspetti che non viene spesso tenuto in considerazione dal mondo scientifico. Ma un dato è certo: chi rende vivo e vivibile un museo è il pubblico. Il pubblico è una parte integrante nel rapporto educazione-fruizione-partecipazione. Le Corbusier parlò del museo crescente. Quindi disegnò una pianta di museo in cui la continuità delle arti poteva essere visibile e doveva essere al servizio del fruitore. Una continuità artistica è una continuità storica all'interno della cultura attraverso la consapevolezza dell'unitarietà di un progetto fondato sul recupero delle identità delle civiltà e della riproposta della memoria. Le Corbusier pone al centro la sistematicità dell'architettura del museo. Pone al centro il contenitore nella sua fattispecie. E anche su questo il dibattito si presenta di valida attualità. Stimolante, a tal proposito, è il testo di Paolo Marconi (edito da Marsilio) dal titolo "II restauro e l'architetto". Pur affrontando una problematica di altra natura (teoria e pratica del restauro) ci fa capire il valore e la funzione che deve avere l'opera monumentale attraverso la necessità o la possibilità del riuso. Ma il tema centrale resta dichiaratamente impiantato sul ruolo partecipativo del patrimonio culturale. Non ci sono dubbi. Il dibattito è abbastanza serio e complesso. Ma una cosa deve essere certa: «Una società senza arte è una società malata» (J. Lotman). E la malattia proviene dalla perdita di memoria. È sempre una malattia collettiva. I popoli si perdono, si smarriscono, si sradicano quando viene meno il sentimento dell'appartenenza.