Il 23 febbraio il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki ha presenziato alla riapertura del primo piano del museo nazionale di Bagdad, saccheggiato nel 2003 durante l'occupazione statunitense e ha ringraziato il governo Berlusconi per un contributo di 1.100.000 euro al restauro dell'area espositiva. Al di là delle finalità palesemente propagandistiche, l'evento nella capitale irachena potrebbe rivelarsi importante solo se venisse accompagnato da più energiche misure volte a porre fine al saccheggio in corso ormai da sei anni di uno dei patrimoni archeologici più antichi del mondo. Cinquemilacinquecento artefatti babilonesi, sumeri e islamici dell'antica Mesopotamia sono stati confiscati in Europa e negli Usa e restituiti quasi tutti al museo. La Giordania ne ha intercettati 2.466 sulle sue frontiere - una dozzina confiscati nelle valigie di giornalisti italiani - e ha provveduto alla loro restituzione, la Siria 750, gli Stati Uniti 1000 e l'Italia solo 11. Il che dà luogo a non poche perplessità in quanto il traffico illegale, terzo per volume e valore dopo quelli delle droghe pesanti e delle armi, passa proprio attraverso il nostro paese. Citiamo due soli casi piuttosto indicativi: nel 2004 un comunicato ufficiale dell'Fbi a Washington ha dato notizia di un sequestro nel porto di Napoli di una nave diretta negli Usa con a bordo un container pieno di «oggetti metallici dell'antico Iraq»: le autorità italiane si sono limitate a commentare di «non saper nulla del sequestro». Sempre nel 2004 reperti archeologici - frammenti di bassorilievi assiri - e armi automatiche con le matricole cancellate sono state scoperte negli zaini di nostri soldati reduci da Nassirya; la procura militare di Padova ha aperto un'inchiesta di cui non si conosce ancora l'esito. Non sembra che esista nel nostro paese un mercato vero e proprio delle opere in questione - anche se alcune di esse di non primaria importanza sono state avvistate in negozi di antiquariato a Firenze e a Roma. Esistono ed operano invece gli intermediari e gli agenti clandestini che rendono sicuro il passaggio dei reperti trafugati e muniti di false documentazioni attraverso le nostre frontiere e poi il loro inoltro in paesi come il Lussemburgo e il Belgio, da dove proseguono per i mercati britannico e statunitense. C'è stato per altro un modesto contributo del nostro paese alla conservazione del patrimonio archeologico iracheno. In una email inviataci il 4 dicembre del 2007 ne prende atto Donny George Youkhanna, ex direttore del museo nazionale di Baghdad (per la strenua difesa del museo da lui diretto, è stato minacciato di morte e costretto nel 2006 a fuggire dal paese: insegna ora alla New York University). L'illustre studioso ha sottolineato il ruolo prezioso dell'Istituto di archeologia dell'università di Torino organizzatore di scuole di restauro per opere danneggiate e recuperate in Giordania e in Egitto. Un nucleo di cinque carabinieri basato a Nassirya ha contribuito al recupero di alcune opere, nonché alla mappatura mediante elicottero di dozzine di giacimenti saccheggiati dai cosiddetti ladroni del deserto con l'impiego di scavatrici e di altri mezzi ad alta tecnologia. Nel 2003, dopo un'altra donazione di un milione di dollari all'Unesco, il governo Berlusconi e il suo ministro Giuliano Urbani hanno ottenuto il titolo onorifico di gestori della tutela delle antichità della Mesopotamia: non è dato sapere se un ruolo minimo di coordinamento a livello internazionale sia stato mai svolto (il British Museum che ha operato alacremente in questo settore asserisce di aver avuto solo qualche contatto con «esperti» italiani). È certo invece che il governo Berlusconi ha investito ingenti somme per pubblicizzare il compito assegnatogli dall'Unesco: una mostra di gigantografie, di bassorilievi e statue con un costoso catalogo a Bruxelles durante «il semestre italiano», un seminario in questa sede con la partecipazione di Urbani; un'altra lussuosa pubblicazione presentata alla Farnesina dall'allora ministro degli esteri Gianfranco Fini e via dicendo. L'influenza della lobby antiquaria in Italia può essere misurata (unica eccezione il manifesto) sulla scarsa attenzione prestata dai nostri mass media al processo contro i dirigenti del Getty. Analoga la disattenzione nei confronti della più grande rapina degli ultimi 150 anni, quella per l'appunto del patrimonio archeologico e culturale iracheno; nei soli ultimi tre mesi su questo scandalo senza precedenti sono stati pubblicati negli Usa e nel Regno Unito le seguenti opere: Reclaiming a plundered past di Magnus T. Bernardsson, Antiquities under siege di Lawrence Rothfield ed altri, The distruction of Cultural Heritage in Iraq, una serie di saggi di studiosi e archeologi con prefazione di Robert Fisk, Catastrophe! di Geoff Emberling e Katharyn Honosn. A parte questa vasta pubblicistica, lo scandalo è sotto gli occhi di tutti: nel quartiere degli antiquari a Bruxelles, Le Sablon, abbiamo visto esposti in vetrina nel 2003 i piccoli sigilli in terracotta e pietra del periodo sumero e diversi frammenti di bassorilievi babilonesi (per non parlare di una meravigliosa collezione di anfore olearie romane del I secolo intatte, sotto alcune incrostazioni calcaree). Abbiamo denunziato questi furti sfacciati, alla luce del sole, all'allora commissaria alla cultura, Vivianne Reading, che si è guardata bene dal prendere qualsiasi misura al riguardo e tanto meno di andare a verificare quanto da noi asserito nei negozi in questione distanti poche centinaia di metri dal Parlamento europeo. E il governo italiano? Apparentemente se ne infischia. Il ministro Bondi taglia i fondi destinati ai beni culturali, sostituisce in quattro e quattr'otto il professore Salvatore Settis con l'archeologo Carandini, acquista con 4 miliardi per conto dello Stato un piccolo crocefisso ligneo temerariamente attribuito al Buonarroti e si dà da fare per trasferire alla Maddalena in occasione del prossimo G8 i fragili Bronzi di Riace per la maggior gloria del presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Povera Italia.
La Mesopotamia terra di conquista. Il museo di Baghdad e le sue ferite
Il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki ha riaperto il primo piano del museo nazionale di Bagdad, saccheggiato nel 2003 durante l'occupazione statunitense. Il governo italiano ha contribuito al restauro dell'area espositiva con un contributo di 1.100.000 euro. Il museo ha restituito circa 2.500 artefatti babilonesi, sumeri e islamici confiscati in Europa e negli Stati Uniti. La Giordania, la Siria e gli Stati Uniti hanno restituito altri 2.466, 750 e 1.000 artefatti, rispettivamente. Il traffico illegale di reperti archeologici è un problema serio, con la maggior parte dei reperti trafugati passando attraverso l'Italia.
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