La cultura italiana «ha bisogno di ben altro che di una gestione alla McDonald's». Lo dice Fabio Granata, capogruppo di An nella commissione cultura della Camera, riferendosi al supermanager Mario Resca. Dall'altra parte, Claudio Martini, presidente della Regione Toscana, che certo non milita nelle fila della destra governativa, auspica una «passeggiata» delle opere degli Uffizi a Abu Dhabi, modello Louvre. Intanto, Salvatore Settis lascia il Consiglio superiore e l'archeologo Andrea Carandini subentra al suo posto, senza tentennamenti né perdite di tempo. E se in parlamento il governo procede a colpi di decreti, sul patrimonio applica il «commissariamento facile». I beni culturali sembrano attraversati da un ciclone che spazza via anche le vecchie categorie della politica, rispecchiando la confusione che regna nelle varie dirigenze dei partiti. Bondi Co, per , tengono dritta la barra del timone: esautorare lo stato per far cassa precipitosamente, senza pi intralci o voci dissonanti. Un'ansia di amministrazione che guarda solo al presente, priva di orizzonti (culturali soprattutto). Per un orientamento «pi tecnico», abbiamo chiesto aiuto a Pietro Giovanni Guzzo, a capo della soprintendenza speciale di Napoli e Pompei e interessato direttamente dalla recente politica dei commissariamenti. «In primo luogo, si tratta di vedere se nel caso di Roma o di Pompei era necessario richiedere l'intervento di un commissario - spiega Guzzo - La sua figura, infatti, è istituzionalmente accettabile, entra in campo per le emergenze e gli imprevisti (come un terremoto, ad esempio)». Ma la domanda da rivolgere al vertici è un'altra: Pompei era davvero in una situazione emergenziale? «Nel 2008, avevamo potuto completare la messa in sicurezza di un'area archeologica doppia rispetto al 1994 - continua il soprintendente -. Molti edifici, ormai restaurati, non rischiavano pi di cadere sulla testa delle persone. Erano finalmente visitabili, eppure sono rimasti ugualmente chiusi a causa del decremento delle risorse professionali (tra cui, gli impiegati preposti alla vigilanza). Se per problema emergenziale si vogliono dunque intendere i tempi lunghi delle ristrutturazioni, il motivo va ricercato nei novantuno passaggi burocratici, fino al collaudo finale, che prevedono le leggi per i lavori pubblici. In questo caso, i poteri speciali conferiti a un commissario, possono tornare utili per aggirare la lentezza. A Pompei, è accaduto poi che il commissario (il prefetto Renato Profili, da pochi giorni sostituito da Marcello Fiori, rutefliano, ex braccio destro di Bertolaso nella vicenda dei rifiuti campani, ndi) abbia assunto il programma delle soprintendenze per quanto riguarda restauri e conservazione dei monumenti, dalla Villa dei Misteri alla Casa del Labirinto. Dunque, se il commissario che ripara le emergenze prende in carico e continua il nostro lavoro, si pu credere che le nostre scelte erano qualcosa di condivisibile...». Pompei, che è autonoma e gestisce in proprio una cassa piuttosto pingue, dovuta alle vendite dei biglietti e al suo essere un «sito star» del patrimonio italiano (anche se ha subito un calo di visitatori del 13), non verrà colpita direttamente dai tagli feroci alla cultura previsti per i prossimi tre anni. «C'è per l'altra lama della forbice: le risorse professionali saranno pi esigue per tutti. Non servono solo soldi ai beni culturali, ma anche persone qualificate e con la situazione attuale del bilancio bisognerà vedere cosa mai si riuscirà a fare. Tra i cali finanziari, la gestione del patrimonio va verso un autunno piuttosto freddo. Visto dentro questa prospettiva, uno studioso eminente come Salvatore Settis, svolgeva un ruolo importante all'interno del Consiglio superiore. Era uno sprone, un pungolo, una sorta di cattiva coscienza che puntava il dito su diversi problemi del nostro settore...». Le dimissioni di Settis dal Consiglio (la prima riunione del «post» è prevista per oggi) non sono state una buona notizia nell'ambiente dei beni culturali. Il direttore della Normale di Pisa rappresentava evidentemente un argine alla «distrazione» per molti funzionari pubblici. Si rischia ora di commercializzare capolavori, con affitti e prestiti, svendendo una preziosissima risorsa italiana? «Non mi scandalizzo di fronte alle ipotesi di prestiti di opere. Si è sempre fatto. Naturalmente, come in ogni cosa, ci vuole la giusta misura: quando si fa, si deve avere una motivazione valida e ricevere qualcosa in cambio, non soltanto soldi, ma anche cultura». E cosa pensa l'archeologo Guzzo delle recenti polemiche sull'invio dei Bronzi di Riace alla Maddalena per il G8? «Anche qui, la funzione di rappresentanza conferita all'arte è stata sempre un vezzo del potere. Bisogna comunque fare un'altra considerazione: il potere ha desiderio di apparire attraverso i Bronzi di Piace usandoli come biglietto da visita? Bene, allora non tagli le risorse per la loro conservazione e garanzia di sicurezza, se li considera così importanti. Altro punto: l'Italia ha un sistema storico-territoriale complesso in cui si intrecciano paesaggio e siti archeologici. Prelevando alcuni capolavori, si restringe tutto il nostro patrimonio a una cinquantina di feticci e si perde la ricchezza del bene diffuso. Rischiamo di diventare la brutta copia delle collezioni imperiali dell'Inghilterra o di alcuni musei americani, paesi che hanno sempre portato via i singoli reperti o li hanno dovuti comprare altrove».