«Tempo fa lì ci abbiamo trovato i resti di un'intera banca...Ce li avevano buttati quelli di un'impresa edile», osserva sconsolata Francesca Boitani, direttrice del Museo di Villa Giulia. Le tombe etrusche compresa quel gioiello che è la Tomba delle Anatre sono lì a poca distanza, tra La Storta e Isola Farnese. Ma sul percorso che dentro il Parco di Veio porta alla piccola necropoli, cuore del parco archeologico, è sorta da poco una nuova discarica. Stavolta frigoriferi, pneumatici, detriti e calcinacci, schifezze varie. Anna Maria Moretti, la sovrintendente dell'Etruria meridionale, dice: «Manderemo subito qualcuno. Ma la nostra è una lotta contro i mulini a vento...». Va così nell'archeologia di Roma. La Tomba delle Anatre che fino al recente ritrovamento di quella dei «leoni ruggenti» era l'esempio più antico di tomba etrusca dipinta è lì dal VII secolo a.C. E resta lì con tutto il suo corredo di germani reali impettuiti e rossi, dipinti dall'ignoto pittore di 2700 anni fa. È importante la tomba perché con i suoi volatili ricorda il grande interesse che gli etruschi avevano per la divinazione e gli auguri. Il tratto è ancora un po' naïf, tipico della cosiddetta fase orientalizzante che nella ceramica si manifestava con figure geometriche e stilizzate. Qui disegna anatre a becco curvo leggermente rivolto all'insù e petto carenato. Per visitare la tomba bisogna farsi accompagnare, previa telefonata. Per scaricare invece porcherie, magari notte, basta solo un furgone. E tanta ignoranza. Paolo Brogi