Sandro Bondi. ministro in carica dei Beni e delle attività culturali, non deve allarmarsi né preoccuparsi eccessivamente per il polverone sollevato dalla sinistra in seguito alle dimissioni dell'archeologo Salvatore Settis da presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali. E ciò per due ragioni elementari. In primo luogo perché egli s'è comportato da vero signore nei confronti di questo esponente della cultura militante, il quale, pur essendo stato nominato dal suo predecessore Rutelli, è stato subito riconfermato da Bondi In secondo luogo perché, di fronte ad una sinistra come l'attuale che si sente antropologicamente diversa e superiore, non c'è nulla da fare: essa sarebbe ricorsa a qualsiasi pretesto pur di marcare la propria distanza da un esponente del centro-destra. Il tutto senza mai entrare nel merito delle questioni affrontate. E le questioni affrontate riguardano il fatto che l'ingente patrimonio culturale di cui dispone il nostro paese non ha solo bisogno di essere tutelato e salvaguardato, ma anche e soprattutto di essere valorizzato. Solo chi non si è mai occupato di beni culturali non sa che per tutelare veramente un patrimonio come il nostro non è più sufficiente ricorrere ai vincoli, ma è necessario svolgere un'opera intensa e capillare di valorizzazione. Intervistato da Repubblica (27 febbraio) il ministro Bondi ha voluto anticipare che si appresta a varare una nuova Direzione per la valorizzazione del nostro patrimonio culturale. E poiché ai compiti di tutela provvedono con grande competenza e serietà oltre 20 mila dipendenti del ministero è urgente, da un lato, svecchiare e ammodernare la struttura ministeriale «dando spazio a figure nuove, con specifiche competenze manageriali» e, dall'altro, superare finalmente la vecchia mentalità vincolistica nella convinzione che per salvaguardare veramente il nostro patrimonio culturale è necessario soprattutto destinarlo a nuove funzioni. Da quando Brescia s'è trasformata da città industriale in città universitaria, dobbiamo ad un rettore intelligente e intraprendente come Augusto Preti se molti prestigiosi monumenti storici sono diventati vere e proprie sedi universitarie e, quindi, restituiti alle giovani generazioni. valorizzazione dei beni culturali sono destinate prima o poi a venir meno anche le risorse necessarie per la tutela del patrimonio culturale, la quale deve continuare ad essere perseguita come una priorità assoluta sulla base del dettato costituzionale. Ecco perché Rondi ha fatto bene a sostituire ai vertici del Consiglio superiore dei Beni culturali Settis con un archeologo di rango come Andrea Carandini, il quale giustamente ha sottolineato che la valorizzazione del patrimonio culturale nostrano non è una operazione né di destra né di sinistra, ma rappresenta un dovere costituzionale per tutti gli uomini di cultura e si appresta, con determinazione, a confermare un manager come Mario Resca a direttore generale della valorizzazione. Nel suo «j'accuse» contro Sandro Bondi apparso su Repubblica (26 febbraio), come anche nelle precedenti interviste rilasciate a raffica all'Espresso, Settis, nella sua spocchia e supponenza, non ha mancato di sferrare il classico calcio dell'asino contro il ministro che pure l'aveva confermato nonostante la vittoria elettorale. Di Rondi ha detto infatti che «in questi mesi, tra tagli di bilancio, casi di malagestione, commissariamenti, nomine bizzarre e velleitarismi», s'è trovato ad esercitare un ruolo per cui forse non è nato: ha voluto cioè sottolineare, in maniera offensiva, l'assoluta incompetenza del ministero. Si tratta della stessa spocchia manifestata anche da Scalfari su Repubblica, secondo il quale il ministro Bondi sta, naturalmente, facendo scempio dei Beni culturali (27 febb.). Il fatto è che tutti costoro non solo si sentono le vestali del nostro patrimonio culturale, ma sotto sotto sognano che il nostro paese ritorni al fascismo perché solo così potrebbe risaltare la loro vocazione al martirio. Non a caso nel suo «j'accuse» contro Bondi. Settis s'è dilungato a «difendere la propria libertà di coscienza e di espressione» in quanto a suo dire «la libertà di parola è la prima delle libertà». Il tutto come se oggi in Italia esistesse un dittatore che minaccia questi sacrosanti valori.