In passato, quando esisteva la sinistra, l'egemonia culturale era una cosa seria. Fedeli alla linea di qua, eretici e fascisti di là. Oggi invece, come insegna la cronaca di questi giorni, la guerra per la conquista delle anhne è diventata al massimo una «guerricciola» (copyright Mattia Feltri, la Stampa) fratricida che oppone, ad esempio, due rutellianveltroniani come Settis e Carandini, il secondo sostituto del primo al Consiglio superiore dei Beni culturali. Oppure due veltroniani senza se e senza ma come gli scrittori Alessandro Baricco e Vincenzo Cerami. Oppure prodiani convinti, prodiani delusi e non prodiani al Mulino di Bologna. Tutti procedono in ordine sparso: c'è chi è afavore del mercato echilovedecomefumo negli occhi, una linea comune non esiste, la conciliazione sembra impossibile. Ultimo caso, in ordine cronologico. Il direttore editoriale di Einaudi Ernesto Franco chiama le dimissioni del suo collaboratore per la saggistica, Andrea Romano, con unintervista alla Repubblica in cui ne sconfessa l'operato: l'ex respon sabile della saggistica sarebbe colpevole di pubblicare libri poco allineati. «Forse Franco si sente depositario di non so quale linea politica», commenta Andrea Romano, che aggiunge: «Sono cose che non hanno pi senso». Ecco, quando avevano anzora senso, l'Einaudi procedeva compatta come una macchina schiaccia-destra. Nietzsche era un filosofo nazifascista, quindi niet, non se ne parla, si pubblichi altrove (nascerà Adelphi appunto per questo motivo). Boris Pastemak, autore de IlDottor Zivago, era poco ortodosso e molto sgradito alle autorità sovietiche. Il giovane Vittorio Strada lo propose allo Stnizzo ma l'animale mise la testa nella sabbia. 11 capolavoro fu costretto a migrare alla neonata Feltrinelli. Tomasi di Lampedusa era un povero passatista e reazionario: inconcepibile accogliere Il Gattopardo nelle sabaude collane di narrativa. E quindi sloggiare. Sloggiò (dopo la morte) da Feltrinelli e fu un best seller, nonostante i giudizi pubblici poco lusinghieri di Elio Vittorini, Franco Fortini e molti altri. Beppe Fenoglio era antipatico per quella sua mania di raccontare la Resistenza facendo a meno delle abituali tonnellate di retorica. Per lui era una questione privata, altro che, insurrezione popolare. Al limite i suoi potevano essere Racconti della guerra civile. Ma quella definizione, guerra civile, all'epoca (1952) era tab perché implicava il riconoscimento dell'awersario, patriota e italiano. Per questo i Racconti diventarono I ventitré giorni della città di Alba e il titolo fu imposto all'ultimo istante da Giulio Einaudi in persona. E che dire di Renato Poggioli? La sua vicenda dimostra che, quando c'era la sinistra, l'egemonia culturale, all'Einaudi, si imponeva in modi creativi. Ad esempio appiccicando all'antologia Il fiore del verso russo curata da Poggioli stesso, una prefazione che ne prendeva le distanze. A cosa fu dovuta una simile stranezza? Semplice, il grande studioso aveva incluso anche i poeti perseguitati da Stalin. Ecco perché gli tocc leggere frasi come questa nelle pagine iniziali del suo stesso libro: «A noi preme osservare che l'interpretazione che l'antologista dà dello sviluppo di questa poesia e l'asprezza di qualche suo giudizio sulle sue pi recenti vicende, sono testimonianza, una fra le molte, della crisi della cultura contemporanea, della sua tragica mutilazione e fungibilità di valori». Infinita era la varietà del mondo ai tempi dell'egemonia. Infatti le prefazioni, oltre a stroncare il libro che presentavano, potevano apparire e sparire come il coniglio nel cappello dell'illusionista. Ad esempio lo scrittore polacco Gustaw erling concesse Piero Sinatti un'intervista da pubblicarsi come introduzione al capolavoro di Salamov, I racconti della Kolyma. Sim Sala Bim. Sfilata poco prima dell'uscita perché alla Einaudi si accorsero che erling metteva sullo stesso piano comunismo e nazismo. Un riflesso vetero-marxista. Ed era il 1999.11 caso fu denunciato da Paolo Mieli, all'epoca alla Stampa. Quando c'era l'egemonia culturale, poteva accadere che Einaudi facesse stampare le memorie di Alfredo Pizzoni, il banchiere della Resistenza, liberale e quindi condannato all'oblio. Poi, una volta ultimata la tiratura in tipografia, poteva capitare che decidesse di non metterla in commercio. Altrimenti i cittadini avrebbero potuto verificare con i propri occhi che la guerra contro il nazifascismo non era stato un affare sbrigato in solitudine dai Comunisti. Il libro aveva la prefazione di Renzo De Felice, lo storico revisionista, ma proveniente dal Pci ed edito da Einaudi. Giulio, il fondatore, ebbe per lui parole come queste: «L'opera di De Felice ha forse giovato alla rinascita di un mito, contribuendo forse alla battuta di Gianfranco Fini: Mussolini è ilpi grande statista del Novecento ». Tempi andati, come si capisce anche dall'uscita di Fini, che ha cambiato idea. Un tempo Aleksandi Solzhentsyn veniva esiliato dalla Russia per avere scritto la verità sui Gulag, e il Partito comunista italiano mobilitava Giorgio Napolitano per lodare l'equilibrata scelta degli amici sovietici. Un tempo Togliatti dava del «pederasta» a Gide, tomato dal paradiso sovietico con la convinzione che fosse una truffa. Un tempo certi manuali di fisica lodavano i contributi offerti da Stalin al- la meccanica quantistica. Oggi la «guerricciola» culturale è pi che altro intema alla sinistra, e riflette, ancora pi in piccolo, la «guerricciola» politica che si combatte fra Veltroni, D'Alema, Franceschini, Rutelil etc etc. Un tempo c'era la sinistra, con una strategia. Oggi non c'è pi . E la crisi si vede. Addio (per sempre?) famigerata egemonia culturale.
La sinistra evapora e l'egemonia culturale finisce in vacca
L'egemonia culturale della sinistra è stata sostituita da una "guerricciola" culturale che oppone due "rutellianveltroniani" come Settis e Carandini. Questa guerra culturale si manifesta in diversi modi, come ad esempio la pubblicazione di libri che non sono allineati con la linea politica dell'Einaudi, come ad esempio il caso di Andrea Romano, che è stato sconfessato per aver pubblicato libri "poco allineati". L'autore sostiene che l'Einaudi si sente depositario di una linea politica e che questo ha portato a una censura dei libri che non sono allineati con la sua politica.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo