È una giornata uggiosa e piazza Cavour scompare nel traffico. Dev'essere il destino di alcune piazze napoletane che si sciolgono nel movimento frenetico, non riescono a conservare la loro forma di spazio accogliente e racchiuso. Per piazza Cavour, che tutti chiamano Càvour, con l'accento anticipato, forse in dispregio allo statista piemontese, il peggiore degli insulti in una città dove il dialetto francesizzato condanna ogni parola ad essere accentata sulle ultime due sillabe, passa il traffico che va verso via Duomo, l'Orto Botanico, la Stazione Centrale. Non fosse per la mole del Museo Archeologico Nazionale, le stazioni della metropolitana renderebbero questa piazza un mero luogo di servizio. La vecchia, rossa e cementizia come un casotto di una ferrovia provinciale, ha accanto un bar che espone panini napoletani e rosette salsicce e friarjelli, o würstel e patate fritte, e un centro per disabili che somiglia a un vecchio patronato di paese, due sedie e due maschi a fumare fuori. La nuova, la fermata Museo, è super tecnologica, elegante e con le mostre permanenti all'interno. Mi metto di spalle alle stazioni e guardo verso Porta San Gennaro, dove la città antica si incontra con la mole dei palazzi più recenti. Un'immagine sacra occhieggia sopra l'antico varco: pochi ne ricordano la storia, che inizia in prossimità di piazze celebri (piazza Navona e Campo dei Fiori) e finisce a piazza Cavour. L'autore dell'icona era un attaccabrighe. Mattia Preti, si chiamava. Era forse meno proverbiale del suo più celebre antesignano, Michelangelo da Caravaggio, quando s'infuriava ma non meno efferato: nel 1648, mentre dipingeva la decorazione della magnifica chiesa di Sant'Andrea della Valle a Roma, un diverbio con un collega pittore si era trasformato in omicidio e Preti era dovuto fuggire a Napoli. Ma, giunto a Napoli, vi aveva trovato la peste, quella cui sarebbe sfuggito definitivamente nel 1656 trasferendosi a Malta, e un rigido controllo per evitare il dilagare dell'epidemia. Una guardia aveva tentato di fermarlo, ma Mattia Preti aveva ucciso anche quella. Il reggente e il consigliere maggiore sapevano che la pena per simili delitti era la morte e, però, volendo salvare il grande pittore, lo condannarono, in cambio della vita, a dipingere immagini sacre su ogni porta di Napoli, della città che a tutti i costi aveva voluto violare. Porta San Gennaro fu la prima. Ai tempi di Mattia Preti la piazza si chiamava Largo delle Pigne, a causa degli alberi che vi sorgevano fino a che le suore del vicino convento del Rosariello non li fecero abbattere. Era già allora un luogo di deflusso: dei vicoli che scendono da Santa Teresa, delle strade che spuntano dalla vecchia cerchia di mura, il Largo era un luogo di transito, che faticava a trattenere le persone, che le ingoiava. E anche allora i sotterranei della città prevalevano sulla città emersa. Oggi, per passare da una metropolitana all'altra, un lungo tapis roulant trasporta le andature fantasmatiche dei passeggeri: frettolosi che sgommano, la mano poggiata alla gomma nera e calda che scorre, come a dire «io vado di fretta, addormuti, scetatevi»; pigri appoggiati al bordo scorrevole che ogni tanto devono alzare il fianco per non cadere; seduttivi che guardano le donne; mendicanti con le spalle chine; venditori che trascinano via il banchetto senza permesso di soggiorno colmo di finte Fendi. Ai tempi della peste invece le antiche cave di tufo dei greci erano il regno dei cavamonti. Per visitarle basta varcare un'innocua serranda che dalla piazza ci conduce nei cunicoli, nelle sale e negli antichi ipogei ritrovati da Clemente Esposito, presidente del Centro Speleologico Meridionale (e raccontate da Antonio Piedimonte nel suo bel libro, Napoli sotterranea). Nel fondo della pietra, dove è celata l'altra città, una delle tante Napoli sotterranee, i graffiti, che in superficie sporcano i muri delle scuole, sono stati tracciati durante la guerra, quando il regno dei cavamonti era un rifugio antiaereo: una bella donna procace, un bombardamento, una coppia che balla. E poi schegge di ceramica, loculi e fenditure. Sotto la Piazza dove Mattia Preti scontò la pena c'è Tebe, c'è Alessandria, c'è l'arca perduta che i napoletani per secoli hanno riempito di munnezza. Una piazza caotica che nasconde apparizioni, come la facciata della Madonna del Rosario alle Pigne che mostra di notte, fra le luci strisciate degli stop, la buia conchiglia disegnata da Arcangelo Guglielminelli, una botola di teatro da cui emerge la Madonna. Questa donna velata con bambino di certo, mentre nessuno guarda, quando i finestroni barocchi della Stella hanno la meglio sulle facciate fasciste, scende in piazza a chiedere notizie al fantasma di Petito, che proprio qui recitò truci commedie di sangue - una coincidenza con il sangue versato da Preti - ma senza successo, tant'è che il suo teatro fu spostato e la programmazione modificata. Un giornale veniva anche scritto in questa piazza, lo «Spassatiempo», dal 1875 a 1879: il rumore dei pennini si ode forse in qualche recesso all'alba. Poi la donna velata saluta i busti di Cavour, dello scrittore Matteo Imbriani e del medico Mariano Semmola, e rientra nella sua elegante nicchia, fra i velami barocchi. Dietro di lei, nel buio voluto dall'architetto, c'è forse la casa della Madonna o un accesso all'Ade, presidiato dalle nere danzatrici di Ercolano custodite nel Museo lì vicino: da lì, ogni sera, il fantasma di Mattia Preti prende la via dei sotterranei, spaventato dal ricordo dei suoi omicidi o dall'orrore che vide a Napoli durante la peste e da cui fuggì alla volta di Malta, per dipingere argentee fantasie mitologiche. Senza sangue.