Sul burrascoso cambio della guardia ai vertici del Consiglio superiore dei Beni culturali abbiamo udito, attraverso articoli e interviste, le ragioni di Settis e del ministro Bondi, il quale, molto rapidamente, ha sostituito il direttore della Normale di Pisa con l'archeologo della Sapienza Andrea Carandini. A Roma, si sa, le cose vanno così: morto un papa se ne fa subito un altro. Ma che cosa ha in mente esattamente il nuovo pontefice dei Beni culturali Andrea Carandini? Purtroppo l'interessato ha deciso di non rilasciare immediatamente interviste, per cui, per conoscere che tipo di strategie intenda perseguire bisognerà pazientare ancora un po'. Precedenti interviste lo dipingono come nemico giurato dei funzionari pubblici (che lui chiama «talebani della tutela») e lo dicono incline a sorpassare il vecchio concetto di tutela del patrimonio pubblico per passare decisamente a quello di sfruttamento economico del medesimo. Come nel caso di Salvatore Settis, anche le idee di Andrea Carandiniin materia di beni culturali sono affidate soprattutto ai libri. In particolare al Giornale di scavo. Pensieri sparsi di un archeologo (Einaudi, Torino, 2000,pagg. 214), un diario di vita e di studi, gremito di personaggi, fatti e giudizi, che ci permette di desumere le linee guida del pensiero di Carandini. Il professore della Sapienza è convinto che in Italia sia inutile valorizzare il patrimonio diffuso: «Ogni ispettore e ogni Comune vuole la sua rovinetta, magari sotto il frastuono di una ferrovia, dove nessuno andrà mai a vederla e vuole il suo museetto che nessuno visiterà». Ergo: meglio puntare solo sui centri archeologici maggiori. E nel capitolo intitolato «Beni culturali e quattrini» si offre anche una ricetta per il fund raising: «Se una sfilata di alta moda è tollerabile in una sala del '500 e in una piazza romana non riesco a intendere il veto assoluto per i monumenti antichi». Segue un giudizio che suona vagamente autobiografico: «L'idea che il danaro insozzi la santità delle rovine aveva un senso quando si valutava, errando, che il privato e il mercato equivalevano al male e lo Stato al bene». A questo punto per iniziano le prime contraddizioni. Un centinaio di pagine prima, nell'obituary al vetriolo riservato a Federico Zeri, lo studioso di Mentana viene definito «un romanaccio triviale... con forte debolezza per il mercato». Boh, non si capisce: il mercato è un male o un bene? Il necrologio di Zeri svela anche le antipatie di cui Carandini è capace. Ad esempio, nei confronti di Giulia Maria Mozzoni Crespi, che avrà forse un carattere altero ma che in termini di valorizzazionedi beni culturali ha molto da insegnare a tutti quanti, Carandini compreso. Eppure, il ritratto che se ne fa nel libro lascia interdetti. Carandini, in sostanza, non le perdona di appartenere alla famiglia che cacciò suo nonno Luigi Albertini dalla direzione del «Corriere della Sera»: «ho pensato a quanto aveva sofferto mio nonno per il nome [Crespi], che ora davanti a me sentenziava nel suo esponente attuale». Meglio abbandonare la sezione di biografie e rancori per tornare nel settore dei beni culturali. Ed ecco un bell'ipse dixit, forse nel frattempo scaduto: «Ci che rende difficile capire la politica attuale per i beni culturali, per uno come me nato ancora sotto il segno delle ideologie, è l'empirismo spiccio dei politici del disincanto». Consigli per Bondi? Eccone uno: «Un ministro dei Beni culturali, prima di entrare incarica, dovrebbe passare un mese in una soprintendenza... e dovrebbe ascoltare periodicamente i venti funzionari migliori». Ed ecco un'altra frase che sembra pensata apposta per Mario Resca: «Oggi non importa sapere, quanto apparire nel giusto modo e tempo. La politica è l'arte di saper fare anche senza conoscere». Parole sante. In attesa che un'intervista o un articolo chiariscano meglio le idee del neo Presidente, non si resiste alla tentazione di rileggere quanto l'archeologo dice di colui sulla cui sedia ancor calda è andato fulmineamente a sedere, ovvero Salvatore Settis: «E uno degli uomini più curiosi e ironici che abbia conosciuto... è un peccato che l'Italia lo abbia perso per tanto tempo a causa di quel falso paradiso che è il Getty. Lo aspettiamo di ritorno sperando che abbia altre belle stagioni in Italia». Che pensiero gentile.