Non tutti i condoni tappano il buco. A spiegarlo, conti alla mano è stato ieri il segretario della Cgia di Mestre, che ha fatto i conti su trent'anni di «perdoni» piccoli e grandi. «Tra alti e bassi i condoni fiscali ed edilizi sono stati una fonte di reddito importante per le casse dello stato», ha ammesso subito, aggiungendo però che la percentuale di gettito incassato rispetto al previsto negli anni è variata parecchio. Al punto che con la gelida accoglienza riservata a quello di quest'anno, anche con i tempi prolungati al 30 giugno, non è facile capire se gli obiettivi minimi del governo saranno raggiunti. MATTONE GENEROSO Secondo Bertolussi «i condoni edilizi, in particolar modo, sono stati tra i più generosi. Il primo, nel 1985, ha garantito il 58 del gettito preventivato, mentre nel 1994 si è arrivati addirittura al 71». IL SUCCESSO DEL 2003 Particolarmente eccezionale è stato il successo dei vari condoni, sanatorie e scudi fiscali applicati l'anno scorso. «Degli 8 miliardi di euro previsti, infatti, - spiega Bertolussi - l'erario è riuscito ad incassarne addirittura 19,9. Il 248,7 in più rispetto alle previsioni». LE ANNATE PROPIZIE Molto bene erano andate pure le annate del 1982 e del 1992. La prima volta il condono era fiscale e la seconda «Fiscale tombale». «In quelle due occasioni si riuscì a incassare il 120.6 e il 113 in più del previsto», dice il segretario della Cgia. QUELLE SFORTUNATE Male, invece, andarono quello sulle scritture contabili del 1995 e i due sulla tassa rifiuti e immobiliare del 1989. «Nel primo caso - dice Bertolussi - solo il 2,7 di quanto preventivato e nelle altre due circostanze si toccò rispettivamente il 3,3 e il 6,4. Molto al di sotto delle aspettative anche per quello fiscale ex forfettario del 1989 (1,76) e quello valutario del 1976 (4)». GLI ALTRI DATI In tutti gli altri casi le entrate furono decisamente al di sotto delle aspettative. Il condono fiscale del 1973 raccolse solo il 15,6 del previsto. Quello sulle irregolarità del 1989 (che in quell'anno era addirittura il quarto in campo) raccolse il 23,3. E OGGI A CHI TOCCA Non ci sono ancora dati ufficiali sull'attuale condono, ma è certo il fatto che abbia incassato fino a oggi molto meno del previsto. Ad ammetterlo è lo stesso governo, che ieri ha prorogato di quattro mesi la data di presentazione delle domande. E lo calcolano Legambiente e Cresme, secondo i quali a fronte degli oltre 3 miliardi di euro attesi, sarebbero arrivati nelle casse dello Stato neppure 300 milioni: insomma, appena un decimo. Fiducia di carta sulle case degli enti Prezzi più bassi, ma non per tutti. An messa a tacere, la Lega alza la voce: «Non votiamo il decreto Scip» R. C. Fiducia sulla Scip. Il consiglio dei ministri che ha varato la proroga dello sfascio del territorio ha deciso anche di imporre la fiducia sul decreto che salva la più grande operazione di vendita del patrimonio immobiliare mai fatta in Europa. Con la fiducia - le cui votazioni inizieranno oggi - il governo accoglie solo in parte le modifiche migliorative apportate dal parlamento, ma fa infuriare un po' tutti: gli inquilini, che aspettavano ulteriori aggiustamenti di un decreto che comunque li penalizza rispetto alla precedente operazione di vendita (Scip 1); le opposizioni, che denunciano lo svilimento delle camere; An, che vede sconfessate le sue pretese di mostrarsi come paladina degli inquilini; la Lega nord, che tuona contro gli inquilini «romani» e minaccia di votare «sì» alla fiducia ma «no» nel voto finale sul decreto. Alla fine, gli unici contenti sono gli obbligazionisti della Scip, i cui rischi nell'operazione vengono ad essere coperti dalla garanzia pubblica. Mentre sulle case - come su tutto il resto - il governo si appresta a vivere due giorni di fuoco. Il decreto-Scip, varato dal governo a febbraio, prevede una riduzione del prezzo d'acquisto degli immobili per la seconda tranche della vendita delle case degli enti previdenziali (Scip 2): oltre 50.000 abitazioni, oltre la metà delle quali a Roma. Mentre l'operazione Scip 2 era partita a prezzi di mercato - e sulla base di queste valutazioni era stato dato da Scip agli enti l'anticipo dell'85 dei ricavi delle future vendite - un emendamento alla finanziaria, sul quale erano confluti i voti di An e delle opposizioni, aveva «ripristinato» i prezzi del 2001 per quegli inquilini che avessero fatto domanda di acquisto all'epoca. Dopo qualche settimana era arrivato il decreto governativo, a chiarire una situazione legislativa assai confusa e soprattutto a «coprire» Scip dalle perdite derivanti dalla riduzione dei prezzi. Ma il decreto, nel cammino parlamentare, era stato qua e là migliorato: in particolare, con l'estensione del «beneficio» del minor prezzo a tutte le domande fatte prima del 31 ottobre 2001 (laddove il decreto prevedeva una ristretta e assurda finestra temporale). Il maxiemendamento sul quale oggi il governo porrà la fiducia recepisce questa modifica ma ne impedisce altre. «Spero che ci sia un accordo di garanzia con la Lega», ha commentato ieri il deputato di An Buontempo, tra i più attivi nell'ergersi a paladino degli inquilini. Su qualche muro di Roma c'è ancora il manifesto fatto stampare da An nel dicembre scorso: «Inquilini tranquilli a casa vostra. Tutti compreranno allo stesso prezzo», cantava vittoria An, attribuendosi il merito di una battaglia alla quale si era aggregata buona ultima, solo dopo la batosta delle provinciali dell'anno scorso. Invece, il prezzo non sarà uguale per tutti, con buona pace di Buontempo e della «cabina di regia» di Fini. I prezzi di mercato 2001 varranno solo per chi ha fatto la domanda di acquisto con raccomandata. «Facile prevedere una montagna di ricorsi, perché nessuna legge imponeva quella raccomandata», commenta Augusto Battaglia dei Ds. Che insieme agli altri dell'Ulivo si dice assai poco soddisfatto dei miglioramenti passati: si parla di «diritto all'usufrutto» per anziani ultrasessantacinquenni e disabili, ma resta la necessità di pagarlo tutto cash. E poi, ci sono coloro che restano fuori perché non hanno fatto domanda in tempo o perché sono in case di enti privatizzati. Su tutto ciò, cala la scure della fiducia. «Dovete dirci se siete nelle condizioni di affrontare il parlamento senza dividervi ogni volta», chiede Giordano di Rifondazione, ricordando anche che così il parlamento non può esprimersi «su una vicenda che interessa banche come Morgan Stanley e Abn Amro, già coinvolte negli scandali Parmalat e Enron». Già, le banche, la comunità finanziaria: coloro che hanno anticipato l'85 delle vendite di case che per ora non si stanno vendendo affatto, bloccate dal livello dei prezzi e dal contenzioso, e che a fine aprile dovrenno «rimborsare» agli investitori la prima tranche dei loro prestiti. Nel corso della discussione, era stato un deputato di Forza Italia (on. Scherini) a chiarire l'effetto del decreto nei loro confronti, lodando la tempestività del governo nell'«impedire il declassamento del rating dell'intera operazione Scip» e «convincere gli investitori». Grazie tante, commenta più di un addetto ai lavori: nel decreto si fornisce una garanzia pubblica ai prestiti che Scip dovrà fare per onorare degli impegni che altrimenti non potrebbe mantenere. Alla luce delle scadenze finanziarie di Scip, la fretta sulla fiducia acquista anche un altro significato: garantire alla comunità finanziaria la tranche di aprile e assicurare, nel contempo, che nessun altro «sconto» sarà fatto. Anche perché i coefficienti di abbattimento dei prezzi, emanati - guarda caso - proprio ieri dall'Agenzia del territorio, parlano chiaro: a Roma l'abbattimento è del 24, assai più di quel margine del 15 entro il quale l'operazione Scip si sarebbe rivelata un affare fruttuoso.