La moltiplicazione dei costi è un fatto quasi «naturale» per unopera che dopo 25 anni dallavvio è a circa metà dei lavori di realizzazione. Ma nel caso del Mose di Venezia la lievitazione si spiega anche con il monopolio assoluto del concessionario, il consorzio di imprese Venezia Nuova, che dopo essersi aggiudicato senza gara la progettazione e lesecuzione dei lavori ha ipotecato anche il futuro vedendosi assegnare la gestione dellopera, una volta completata. Un "protagonismo" messo sotto esame dalla Corte dei conti (sezione centrale di controllo, delibera 22009), che dopo aver evidenziato il lungo conflitto con lUnione europea con tanto di doppia messa in mora per lItalia sul mancato rispetto di direttive ambientali) pone nuove incognite sui tempi effettivi di realizzazione e chiede di aprire il Mose alla concorrenza, almeno per quel che riguarda le opere complementari senza le quali la diga alle bocche di porto vedrebbe ridursi la propria efficacia. E gli interrogativi si estendono anche alla gestione dellopera a regime che, vista la sua complessità, richiederà almeno 12 milioni allanno (secondo stime considerate troppo ottimistiche) e impone da subito una «rigorosa determinazione» delle risorse. Oneri e tempi di realizzazione sono per i magistrati contabili i fattori più evidenti di ciò che non è andato per il verso giusto nella storia del Mose. Che ad oggi, in riferimento a uno stato di avanzamento lavori inferiore alla metà, ha fissato lasticella dei costi a quota 4,3 miliardi, di cui 3,16 per i soli lavori. Una voce, questultima, che si è quasi triplicata rispetto al progetto di massima del 1992, ma aumentato del 37 anche rispetto al progetto definitivo del 2002. A spiegare limpennata è prima di tutto il fattore tempo, ma le contestazioni dei magistrati contabili puntano dritto alle modalità di finanziamento. Che a tutte le fasi progettuali assegnano somme «elevatissime» e «del tutto anomale», concedendo «ampi spazi di aggiustamento» alle fasi di affinamento ulteriore. E poi ci sono i 280 milioni pagati per la funzione del concessionario: una quota che la Corte giudica «assai onerosa per le finanze pubbliche», e che perdi più non tiene conto di progettazione, direzione, assistenza e contabilizzazione dei lavori, pagati a parte. Su tutta questa architettura, del resto, pesa il vizio dorigine, legato al fatto che «una delle opere più significative in corso di realizzazione dallo Stato italiano» sia stata affidata senza gara, nonostante i principi di parità, proporzionalità e trasparenza fissati dalla Costituzione, dalle norme italiane e dalle regole europee. Laffidamento diretto al consorzio di quasi tutte le funzioni ha determinato un monopolio ultraventennale, tale da ipotecare anche in futuro la possibilità di trovare un gestore diverso. Sul tema il braccio di ferro con la Ue si è chiuso nel 2002 con unapertura parziale delle attività di realizzazione delle opere di salvaguardia, mentre rimane aperto quello creato dallaltra grande anomalia: la mancata valutazione positiva dimpatto ambientale per unopera così imponente, in un contesto delicato (e già deteriorato) come la Laguna.
GRANDI OPERE - Triplicata la spesa per i lavori del Mose
La Corte dei conti ha esaminato il caso del Mose di Venezia e ha evidenziato il lungo conflitto con l'Unione europea per il rispetto delle direttive ambientali. Il consorzio di imprese Venezia Nuova ha ipotecato il futuro della gestione dellopera, assegnandosi la gestione una volta completata. La Corte ha chiesto di aprire il Mose alla concorrenza per le opere complementari e ha richiesto una rigorosa determinazione delle risorse. I magistrati contabili hanno evidenziato che gli oneri e i tempi di realizzazione sono stati eccessivi, con un costo totale di 4,3 miliardi, di cui 3,16 miliardi per i soli lavori.
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