è qualcosa che brucia. Tutti noi abbiamo nelle narici lodore che manda la materia umana in combustione. Sono arti millenarie che vanno in cenere, sono saperi che si perdono, sono intere province delluomo inghiottite dalle fiamme. E noi, come ciechi, ci aggiriamo a tentoni nel paesaggio di questa violenta mutazione ecologica chiedendo: «Dovè il fuoco, dovè il fuoco?». Da questo spaesamento dobbiamo ripartire. Gli dà voce larticolo con cui Baricco propone che lo Stato disinvesta dal teatro per convogliare il finanziamento pubblico alla cultura verso scuola e televisione. E una voce che risuona in un clima da estinzione. In gioco qui cè molto di più della sopravvivenza di alcuni generi o esemplari artistici. Oggi la domanda su come luomo possa, acculturandosi, diventare un uomo vero e reale viene posta inevitabilmente come una questione di media. La continua battaglia per luomo è un conflitto mediatico: saranno i libri e il teatro ad addomesticare lo sviluppo della natura umana, oppure sarà la televisione a sfrenarlo? Chi stabilirà le nuove regole per il parco umano? Passando dalluniversale al particolare, ci si chiede: qual è il destino dello spettacolo dal vivo nella cosiddetta società dello spettacolo? Possono sopravvivere le arti della scena in una società trasformatasi in unenorme accumulazione di (avan)spettacoli? Il Dante recitato da Benigni in tv contribuisce a preservare la Commedia per i secoli futuri o la seppellisce? Questa la mia personale risposta: in una società mediata, in un mondo in cui la vita vissuta cede inesorabilmente terreno ai simulacri della vita consumati attraverso i media elettronici, le arti basate sulla presenza del corpo vivente non sopravvivono se non entrano in un circuito di mediazione. Il che equivale a dire che la cultura umanistica tradizionale perde valore sociale se non viene valorizzata dalla cultura televisiva (chiamatela pure «sottocultura» se preferite) che lha soppiantata nella gerarchia della forza. Dovremmo, per ciò, portare simulacri di libri, teatro, cinema in tv, per poi portare il pubblico della tv al teatro, al cinema, alla lettura. Dovremmo farlo consapevoli del fatto che il teatro in tv diventa unaltra cosa, che un autore che chiacchiera del proprio libro è un surrogato del libro, ma anche consapevoli del fatto che il teatro, il libro, il film diventano unaltra cosa nellera dellegemonia televisiva. La tv è un metà mezzo: non si limita a fornire un modo di conoscenza ma condiziona anche gli altri modi (i pochi film che oramai si producono in Italia sono tutti un primo piano perché già pensati per il piccolo schermo, dove il campo lungo è indecifrabile). Si tratterebbe, insomma, di affermare che Benigni è formidabile quando traduce Dante nel linguaggio corporeo dellattor comico ma è dozzinale quando lo ritrascrive sulla pagina facendone un libro per Einaudi. E qui, è vero, dovrebbe intervenire la scuola: si dovrebbe stabilire una nuova alleanza tra scuola e tv. Una scuola rinvigorita da una complicità mediatica, vivificata dallesperienza dei nuovi circuiti culturali festivalieri. Si dovrebbe riportare dentro la scuola leffervescenza schiumosa della cultura dellevento. La passione per il sapere, salpata molto tempo fa dalle aule di scuole e università, dovrebbe ora intraprendere il suo nostos, il suo viaggio di ritorno verso casa. Si tratterebbe di usare la tv per spingere le nuove generazioni a capire, attraverso la scuola, che la musica di Allevi sta alla classica come la gondola da caminetto sta alla città di Venezia. Un souvenir. Un souvenir di un luogo in cui spesso non si è mai stati. Si dovrebbero alleare scuola e tv per insegnare alle nuove generazione che larte, la letteratura, il teatro rimarranno pure momenti residuali nelleconomia dellesistenza, ma sono quei momenti impagabili nei quali la vita, torcendosi su di sé, giunge per un attimo a rivelare se stessa. Si dovrebbero alleare scuola e tv per continuare ad affermare che non cè vita senza buona vita, e non cè buona vita senza vita dello spirito. Vagheggiando questa nuova alleanza, anche io mi dico che non voglio mai più pagare cinquecento euro per ogni biglietto staccato a mogli di notaio impellicciate che sfilano alla prima della Scala e che non voglio nemmeno più pagare 50 centesimi per ciascuna dei 10 milioni di casalinghe di Voghera che hanno fatto il pieno di ascolti per lultimo Festival di Sanremo costato 5 milioni di denaro pubblico. Ma non è dando più soldi alla buona tv che si finanzia la cultura. La tv li ha già i soldi: paghiamo il canone. Non è dando meno soldi allo spettacolo dal vivo che si rimane in vita. Glie ne diamo già troppo pochi. Certo, sarebbe tempo che latavica frattura tra intellettuali e Paese si sanasse, quella che, a partire dagli Anni80, è divenuta spaccatura tra intellettuali e Paese mediatico, con gli uomini di cultura arroccati sullAventino stampa-cinema-teatro e gli uomini di business lasciati padroni della tv. Ma come si può dimenticare, quando sinneggia al mercato quale salvatore del teatro, che qui da noi un ceto di pubblicitari, plasmando a propria immagine con le sue tv la cultura popolare italiana durante tutti gli Anni 80, è diventata classe dirigente ben prima della presa del potere politico nel 94? Come si può trascurare il fatto che gli uomini di buona volontà a cui lappello per la cultura si rivolge sono i signori della guerra che, armati dellimpareggiabile bocca da fuoco della tv, hanno fatto terra bruciata di ogni altro campo coltivabile? E da loro che possiamo aspettarci una nuova semina, da loro che per anni hanno arato con il cannone? Forse faremmo meglio a tenere asciutte le polveri fino al giorno in cui in questo Paese tornerà una distinzione essenziale per il vivere civile non meno di quella tra deliberativo, esecutivo e giudiziario: la distinzione tra potere politico, economico e simbolico, oggi riuniti nel potere assoluto di un solo soggetto. Sarà magari utopia, ma in certi momenti luomo di cultura, piuttosto che proporre soluzioni compatibili con un mondo in putrefazione, farebbe bene a ostinarsi nel rivendicare un mondo diverso.