Un suggerimento: puntare sulla distribuzione più che sulla produzione Pubblichiamo l'intervento di Cesare De Michelis che appare su «Nordest Europa Cultura», in edicola in questi giorni in abbinata al periodico «Nordest Europa ». La crisi delle fondazioni liriche ha radici lontane e soltanto si aggrava con i tagli del fus che il Governo ha previsto nella finanziaria approvata prima di Natale che si propone di contenere la spesa pubblica e che per altro verso il ministro Bondi si augura di recuperare almeno nella misura del bilancio 2008. Viene da lontano perché la trasformazione degli enti in fondazioni, decisa una dozzina d'anni fa dall'allora ministro Veltroni assai poco ha inciso sullo scenario complessivo del teatro musicale, illudendosi che una metamorfosi nominalistica e un astratto richiamo all'intervento dei privati bastasse a sciogliere i nodi di un sistema tanto antico quanto sfasato rispetto all'oggi. Quando, verso la fine degli anni '60, il ministro Corona riformò drasticamente il settore dovette scontrarsi con le estreme resistenze di una tradizione teatrale fedele a regole ancora ottocentesche e immaginò con forte dirigismo statale una larga presenza di istituzioni sul territorio, riconoscendo quasi a ogni regione un ente solo a parole «autonomo», nei fatti, invece, rigidamente controllato dal Ministero dello spettacolo e dai Comuni, cui spettava il compito di amministrarlo e gestirlo attraverso la scelta di un sovrintendente plenipotenziario. Negli anni e nei decenni successivi gli enti crebbero un po' di numero, cosicché sempre meno diventarono le regioni sguarnite e si consolidò l'anomalia del Veneto, che, unica regione, di enti ne aveva addirittura due Arena e Fenice , anzi, se un tempo a Verona c'era solo la stagione estiva all'aperto ad essa si aggiunse, assai più onerosa, un'altra invernale al Filarmonico. Veltroni, proprio come un mago, con l'invenzione delle fondazioni credette di aver trasformato il mondo, anche se queste riprodussero identico lo scenario esistente con l'aggiunta di un patrimonio assegnato loro, privo di qualsiasi reale redditività e in questo senso puramente nominale, e con l'obbligo di trovare dei soci «privati» che dovevano sottoscrivere almeno il 20 del patrimonio e contribuire ai costi d'esercizio. I privati furono soprattutto soggetti pubblici o parapubblici, come le fondazioni d'origine bancaria, altri enti locali, le camere di commercio ecc. ecc. Nella gestione tutto restò eguale a prima e di conseguenza l'onere economico a carico dello Stato fu di nuovo pressoché lo stesso, soltanto si incrementò più lentamente, finché negli ultimi anni i governi di Prodi prima e di Berlusconi poi, nel tentativo di far rientrare il deficit pubblico nei parametri di Maastricht, continuarono a tagliare il fus di qualche punto di percentuale, anno dopo anno, e accadde che i teatri tutti, anche se in misura diversa riuscirono «miracolosamente » a tagliare le loro spese correnti e no. Quel che nessuna amministrazione delle fondazioni aveva mai pensato di fare divenne così improvvisamente possibile grazie alla pressione costrittiva dei tagli di Stato; né basta, si scoprì allora che era possibile, e forse anche necessario e urgente, una maggior collaborazione e cooperazione tra i teatri con ulteriori risparmi, tanto che la Regione Veneto provvidenzialmente subordinò i propri contributi all'avvio di processi d'integrazione tra Arena e Fenice. Ora è giunto il momento di una svolta più radicale che trovi il modo di far continuare la vita del teatro musicale italiano, che è parte decisiva e consistente della nostra identità culturale e del nostro patrimonio artistico, nello scenario definitivamente postmoderno della società industriale, sottraendolo, quindi, al dirigismo e al controllo dello Stato e reinserendolo gradualmente nell'economia di mercato. Non intendo arrischiarmi nel disegnare la riforma, che non potrà che nascere da un confronto ampio e profondo, ma, solo per analogia con altri settori dello spettacolo, si può sin d'ora suggerire che potrebbe essere decisivo partire da una netta distinzione tra la produzione e la distribuzione, riducendo drasticamente i soggetti impegnati nell'una e allargando ben al di là dei luoghi esistenti la seconda. Fermiamoci qua.
Come salvare le fondazioni liriche - Bilanci in rosso e pesanti tagli del Fus
L'intervento di Cesare De Michelis esamina la crisi delle fondazioni liriche e le loro radici lontane. La trasformazione degli enti in fondazioni, decisa da Veltroni, non ha avuto un impatto significativo sullo scenario complessivo del teatro musicale. I governi di Prodi e Berlusconi hanno continuato a tagliare il fus, portando i teatri a ridurre le spese correnti e a collaborare tra loro. De Michelis suggerisce che è giunto il momento di una svolta più radicale, sottraendo il teatro musicale dal dirigismo e dal controllo dello Stato e reinserendolo nell'economia di mercato.
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