LErcole Farnese Tra i talenti che ottennero le borse di studio anche Bizet, Hayez, Corot e Ingres Con Napoleone, dal 1803 la sede si spostò da Palazzo Mancini a Villa Medici «Forse domani, San Pietro illuminato a gas o da qualche altra sorgente di luce posta al di sopra dellaltar maggiore, presenterà uno spettacolo di cui non riusciamo neppure a farci unidea». Lo Stendhal di «Passeggiate romane» si accorge subito di quel che ha appena scritto. E se ne pente: «Ma di quale espressione profana mi sono mai servito! «Presentare uno spettacolo». Ahimè! I bei tempi di San Pietro sono ormai passati. Non riusciremo mai più a trovarvi godimento e commozione profonda: non siamo più credenti». E sì: è il 1827 e Roma, ormai, ha smesso di esser santa. Soltanto i suoi artisti - lo strabiliante squadrone dei Michelangelo, dei Raffaello, dei Bernini C, con tutti i loro capolavori realizzati in onore dei Pontefici di Roma - continuano a fare il miracolo di attirare in città pellegrini del tutto nuovi: i Grands Touristes. La loro fede? Larte, larchitettura, il paesaggio. Il loro paradiso? Roma, Museo di Antichità e Nuove Maraviglie. Viaggiare era duro, allora. Eppure, per le élites dEuropa, Roma diventa quasi un obbligo: si mettono in marcia per un Grand Tour, coltissimo e assai laico, che è anche un viaggio nella memoria, una processione nella Storia. Il Papa? I miracoli? La sede di Pietro? Le reliquie? I martiri? Tutta roba che - nei loro resoconti - passa in secondo piano rispetto alla febbre di conoscenza artistica e antiquaria e architettonica che li divora: studiano, visitano, disegnano, dipingono, scrivono, divulgano. Proprio Stendhal fornisce la terapia per tenerla a bada quella febbre e non farsene travolgere: «I turisti ben presto ne hanno abbastanza dei quadri, delle statue e delle grandi opere archittettoniche. Allora tutto diventa insipido. Appena notate i primi sintomi di questa malattia, non esitate: bisogna rimediare con la fuga e andare subito a trascorrere otto o dieci giorni a Napoli o Ischia». Dalla Francia, di solito, arrivano qui da noi preparatissimi: quasi a controllare che tutte le «mirabilia», che avevano già studiato e memorizzato prima del viaggio, ci siano ancora. Bergeret de Grancourt, in giro a Roma, con Fragonard nel 1774, a Castel SantAngelo: «Era la tomba dellimperatore Adriano, la cui parte esterna era decorata con le più superbe colonne dei marmi più rari, in gran numero. In parte si vedono, ora, a San Paolo». E anche: «Ho impiegato tutta la mattinata a disegnare, come se fossi un giovane. Che momenti felici si passano così! Ho pranzato in casa e, dopo pranzo, sono stato a passare unora dal famoso Piranesi. «. Il 24 febbraio, entusiasta: «Se dico che ogni giorno vedo qui qualcosa di nuovo, posso essere capito solo da un amatore di pittura». E un insolito Donatien-Alphonse-François marchese di Sade che, di passaggio per Roma, tra il 1775 e il 1776, descrive i suoi entusiasmi darte: «La Chiesa di San Pietro in Montorio, sul monte Gianicolo, merita di essere vista per il quadro sublime della Trasfigurazione, posto sopra laltar maggiore. E il capolavoro di Raffaello... «. Non perderà occasione, comunque, di burlarsi con sadico sarcasmo di reliquie, leggende, miracoli che man mano la Città Eterna gli propone. Innamorati e smagati, insieme, i Francesi. Del resto basta continuare ad ascoltarli. Charles de Brosse, nel 1740, perde la testa, sì, per le due fontane di piazza San Pietro - «due fuochi dartificio» - ma poi: «Figuratevi quel che può essere un popolo di cui un terzo è costituito di preti; un altro terzo di gente che non lavora, e un ultimo terzo di persone che non fanno nulla del tutto». E Sainte Beuve, il giugno 1839 sul Campidoglio: «I cardinali e i prelati in carrozza accorrevano, la piazza era piena di livree rosse. Io sono rimasto a guardare, mi sono tolto il gusto della parodia fino alla fine. Povero Campidoglio, adeguato, in verità, a quella razza!». Sarà che a dir male dei sovrani, anche loro - come i Romani, sudditi del Papa Re - ci erano abituati da sempre, fattostà che le cronache dei Francesi sono sempre tra le più gustose e lucide in quel genere di reportage di viaggio che brilla dal XVI secolo fino a divampare nellOttocento. Eppure qui cera tutto per farli sentire a casa loro. Già Michel Eyquem signore di Montaigne, qui da noi per quasi quattro mesi, nel 1581, scrive: «E la città dal carattere più cosmopolitico del mondo, e quella dove meno si bada se uno è straniero e di nazione diversa. Daltronde essa è fatta in parte di stranieri, e ognuno ci sta come a casa sua». La stessa sensazione lavrà Montesquieu, qui da noi nel 1729. Roma per lui: «Ognuno vivendo a Roma crede di trovarvi la sua patria». Del resto unasse Roma-Parigi, esisteva da sempre, di supporto ai fedeli. E de1 1478 la Bolla di Sisto IV che concede i terreni per San Luigi dei Francesi: nel 1518 la posa della prima pietra. I Caravaggio che la fanno unica appariranno dal 1599 in poi, con i 6000 pellegrini francesi che si stabiliranno qui durante lanno santo 1600. Ma i Francesi hanno qui anche un loro Sainte Claude des Bourguignons, un Saint Yves des Bretons, un Saint Nicolas des Lorrains. E se oggi basta un clic su google per saper tutto dellAcadèmie e dellEcole française di Palazzo Farnese (con i suoi corsi, scavi, studi, pubblicazioni e biblioteca) è più stimolante scoprirne i primati che non sbandierano. Ed è del 1666 lAccademia di Francia a Palazzo Mancini al Corso. Poi, con Napoleone, dal 1803, se ne andrà a Villa Medici, proprio a fianco alla francesissima Trinità dei Monti (del 1494). Geni che vanno, geni che vengono, da allora, lì, grazie a quelle borse di studio da «pensionnaires» talentuosi che, da sempre, fanno linvidia di mezza Europa: Berlioz, Bizet, Boucher, Fragonard, Debussy, Corot, Géricault, Ingres, Hayez, Degas, Balthus sono alcuni dei nomi che gravitano intorno allAccademia, in questi tre secoli e mezzo. Proprio dai loro sguardi nacque una vigilanza particolare per gli sfasci a cui la Città Eterna, ritmicamente, si sottoponeva con entusiasmo. E amore - rancore innamorato - quello che fa scrivere a Montesquieu: «A Roma bisognerebbe fare una legge, per cui le statue più importanti fossero inamovibili e potessero essere vendute soltanto insieme con la casa in cui si trovano, sotto pena di confisca della casa e di altri effetti del venditore. Se non si farà così, Roma sarà completamente spogliata». Era il 1729: una nuova sensibilità antiquaria, laica, conservazionista saggira per lEuropa. Passa neppure un secolo e la Francia Rivoluzionaria si convince, però, che è lei, e solo lei - «grazie alla luce della democrazia» - lunica nazione degna di essere lerede di Atene. Il vescovo Henri Grégoire, il 31 agosto 1794, se nera uscito con un ragionamento che, allora, piacque a molti lì in Francia: «Se le nostre armate vittoriose penetrassero in Italia, lasportazione dellApollo del Belvedere e dellErcole Farnese sarebbe la più brillante conquista. E la Grecia che ha decorato Roma: ma i capolavori delle repubbliche greche devono decorare il paese degli schiavi? La Repubblica Francese dovrebbe essere la loro sede definitiva». Era la copertura che Napoleone e Dominique Vivant Denon - suo consigliere culturale per 20 anni, dallEgitto in poi. E, ormai, direttore del Louvre - utilizzeranno di lì a breve per dragar via dallItalia, con scientifica ingordigia, tutta larte possibile. Di lì a breve, dal 1803, il Louvre si chiamerà per un po Musée Napoleon. I sogni del vescovo Grégoire vi si fanno realtà: lApollo Belvedere, il Lacoonte, i Raffaello, Leonardo, Tiziano, oltre 500 capolavori finiranno in mostra lì. Grazie a Canova ne torneranno da noi un po meno della metà. Nacque allora la battuta: «Non tutti i Francesi sono ladri, ma Bonaparte sì.. « Ma è del 1796 la pubblicazione di sette lettere che urlano contro queste razzie e le loro giustificazioni ideologiche. A firmarle Antoine Quatremère de Quincy che Roma la conosce bene: sancisce il concetto di contesto dellopera darte da salvaguardare a ogni costo; denuncia, per certi musei, il rischio di trasformarsi in «luogo di deportazione»; stabilisce i criteri per un restauro corretto. Ancora oggi questi suoi pensieri costituiscono il dogma su cui si basa la conservazione dei beni culturali.
la Repubblica
1 Marzo 2009
✓ Entità verificate
ROMA - Da Degas a Debussy grandi artisti doltralpe a Trinità dei Monti
SE
Sergio Frau
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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