RIFORME Devolution, Zagrebelsky accusa: «Supplenza non gradita» «Sul titolo V della costituzione la Corte sta esercitando una funzione di supplenza non richiesta e non gradita. Tra l'altro non ha gli strumenti necessari per farlo perché non è un organo legislativo. La responsabilità di produrre una normativa su questo tema è degli organi politici». Quando deve esprimere un giudizio di merito il presidente della Corte costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, non è tipo da giri di parole. E anche se l'occasione è delle più formali sceglie di sintetizzare in poche parole il disagio della Consulta. Ad ascoltarlo ci sono giornalisti di mezza Italia, riuniti nel salone all'ultimo piano del palazzo di piazza del Quirinale per la tradizionale conferenza stampa sull'attività svolta nell'anno passato. E il presidente della Corte spiega da subito, dati alla mano, che il vuoto legislativo lasciato dalla riforma del titolo V della costituzione, meglio nota come devolution, ha finito per pesare tutto sulle spalle dei quindici giudici della suprema corte. I dati, in effetti, lasciano pochi dubbi. Nel corso del 2003 sono state redatte 134 sentenze. Di queste il 40, 29 è stato emesso nel giudizio incidentale (cioè in relazione a un quesito sollevato da un giudice nel corso di un processo), il 35,92 nel giudizio principale (una regione che fa ricorso contro una legge dello stato o viceversa), il 13, 43 nei conflitti di attribuzione tra stato e regioni (una regione che fa ricorso contro un atto non legislativo dello stato o viceversa), il 5,22 nei conflitti tra altri poteri dello stato e il 4,47 nel giudizio sull'ammissibilità del referendum abrogativo. «Forse per la prima volta - chiosa Zagrebelsky - tra le due funzioni che caratterizzano gli organi della giustizia costituzionale, quello dell'arbitraggio della ripartizione delle competenze e quello della difesa dei diritti, ha prevalso la funzione arbitrale. Si tratta di un vero e propri cambiamento della natura degli interventi della corte». E' una critica dura quella di Zagrebelsky, tanto più perché rivolta a entrambi i lati dell'emiciclo parlamentare. Alla sinistra, che ha approvato la riforma cinque giorni prima che le camere fossero sciolte per le elezioni e quindi senza il tempo materiale di votare norme attuative. Ma anche alla destra che da mesi pensa già alla prossima riforma mentre quella passata è ancora a mezz'aria. Per il resto della sua relazione il presidente sta attentissimo a non entrare nel merito di argomenti che siano finiti o possano finire davanti alla Corte. E a chi gli chiede un opinione sul fatto che la logica bipolarista finisca spesso per considerare schierati da un lato o dall'altro anche i giudizi della Corte, risponde: «Ogni membro della corte sa da che lato batte il cuore degli altri quando si parla di politica. Ma il cruccio su cui ci dividiamo è un altro. Far convivere i due principi opposti contenuti nella definizione democrazia costituzionale'».