Da oltre due anni si parla di partenza dei lavori per il recupero di palazzo Gulì di corso Vittorio Emanuele. Il progetto degli architetti Rosario Bondì e Francesco Maggio è pronto da quattro anni ma l'intervento di restauro rimane sempre sulla carta. I funzionari del Cèntro storico fanno intendere che non ci sono problemi e che il cantiere aprirà in tempi brevi. Intanto passano i mesi, gli anni, e l'immobile giace nel degrado più ignobile. Il ritardo sembra causato dalle nuove severe normative antincendio imposte dal Genio Civile. E, non meno importanti, quelle dell'abbattimento delle barriere architettoniche. Il palazzo, acquistato dal Comune nel 1993, è destinato ad ospitare uffici. I progettisti hanno dovuto tenere conto anche dei percorsi interni, molto diversi da quelli per uso abitativo familiare. Il progetto prevede: «II recupero funzionale del corpo scala principale mantenendolo nella stessa area di sedime, ma adeguandolo alle normative antincendio. Al piano terra verranno operati i maggiori interventi di ristrutturazione e di recupero in quanto questo livello ha subito notevoli interventi di manomissione. Si prevede, l'ampliamento dell'attuale Ufficio Informazioni dell'Amministrazione comunale nei locali, lungo il corso Vittorio Emanuele, occupati da attività commerciali». Ma i lavori più consistenti si svilupperanno su tutto il piano nobile, caratterizzato da due unità immobiliari ricche di affreschi sia nelle volte che nelle pareti. Molto complesso appare anche il restauro del secondo piano, che si presenta piuttosto manomesso a causa di opere di consolidamento effettuate negli anni Ottanta. Nell'attuale progetto si legge: «Nell'uso dei materiali si terrà conto della specifica natura tipologica costruttiva di palazzo Culì. Gli intonaci esterni saranno a calce con colori terrosi a base naturale, quelli interni saranno essenzialmente intonachino di calce e, ove accertata la preesistenza, a mezzostucco. Nell'ingresso centrale saranno recuperate le pavimentazioni in basolato di pietra Billiemi, mentre tutte le pavimentazioni interne saranno in marmette di graniglia di cemento decorato secondo le tipologie figurative ottocentesche». Ma andiamo alla storia di Palazzo Gulì. Le sue vicende edilizie si intrecciano con quelle del monastero del Gran Cancelliere. L'edificio di corso Vittorio Emanuele era una sorta di dependance del complesso monacale. Dunque, periodi-camente era sottoposto a trasformazioni. Da ricordare la ristrutturazione fatta dopo il terremoto del 1823. L'edificio venne arricchito di altre unità abitative, con un incremento del patrimonio immobiliare del monastero. Si diedero in affitto alcuni appartamenti e le botteghe per ricavarne rendite. Chiunque prendesse i locali o le case aveva dal monastero il permesso di effettuare trasformazioni in base all'esigenza abitativa. Subirono parecchi cambiamenti gli edifici prospicienti sul vicolo del Gran Cancelliere. Nel maggio 1860 i bombardamenti delle truppe borboniche danneggiarono fortemente tutto il palazzo. Intorno al 1865 l'enorme dimora venne acquistata dai fratelli Giovanni e Salvatore Gulì, rampanti pasticceri, che esercitavano la loro attività nel corpo basso del settecentesco palazzo Amari Bellaroto. Dieci anni dopo, i Gulì pensarono di allargarsi e costruirvi la loro sede dolciaria, composta da 45 dipendenti. Gli imprenditori non badarono a spese. Crearono delle bellissime vetrine espositive. Così, diedero inizio ad una serie di trasformazioni, soprattutto nei famosi «mezzanini», che nell'attuale progetto dovranno essere, giustamente, abbattuti. Nel periodo della Belle Epoque i dolci dei Gulì erano famosi in tutto il territorio nazionale. La ditta possedeva persino un ufficio per l'esportazione dei prodotti, che viaggiavano in confezioni di latta cromata con lo stemma sabaudo. La loro industria faceva una forte concorrenza alle monache dei vari monasteri cittadini specializzate in martorane, torroni, cassate. Nel 1938 i Gulì chiusero l'attività e il palazzo di corso Vittorio Emanuele subì diversi frazionamenti. Nel 1943 i bombardamenti non ebbero nessuna pietà del monastero del Gran Cancelliere, che fu raso al suolo. Oggi sono rimaste soltanto tracce e qualche elemento settecentesco nell'omonimo vicolo. Danni consistenti li ha ricevuti anche la struttura dei Culì. Poi il terremoto del 1968 diede la sua bottarella. Da quel momento, per il palazzo iniziò l'agonia. Soltanto nel 1993 il Comune di Palermo si decise ad acquistarlo. Il resto lo conosciamo.