Qualche giorno fa, in una lettera al Corriere (23 febbraio), alcuni storici hanno denunciato la grave situazione di biblioteche e archivi italiani, dove sta diventando sempre più difficile consultare libri o documenti a causa di limitazioni di vario genere (anzitutto di orario) dovute al taglio delle risorse. A prima vista è impossibile non associarsi alla denuncia di Andrea Graziosi, presidente della società dei contemporaneisti italiani, e degli altri firmatari della lettera. Eppure in ciò che scrivono c'è qualcosa che non convince. Non certo i fatti, che stanno esattamente come li riferiscono. Quel che non convince, in questa come in altre analoghe denunce dei tagli operati nel campo della cultura, è il tono unicamente deprecatorio. Come se il centro del problema stesse nel ricordare all'esecutivo l'importanza della cultura (così che allarghi i cordoni della borsa) e non nella circostanza che i soldi in realtà non ci sono, o meglio non ci sono più. Il fatto che in Italia il debito pubblico superi di qualche punto percentuale l'intero ammontare del Pil cos'altro sta a significare, se non che quei soldi un po' tutti abbiamo consentito che venissero spesi con leggerezza? Perché quando in passato si sono prese certe decisioni che so, mandare tanti cinquantenni in pensione nessuno o quasi ha ricordato che quell'uso della spesa pubblica avrebbe reso necessari, prima o poi, dei tagli a danno della cultura (e non solo)? Dopodiché, certo, ora dobbiamo cercare di non mandare in malora il nostro patrimonio archivistico e bibliotecario; ma se ci ricordassimo, oltre che degli effetti di oggi, anche delle cause di ieri, la denuncia non suonerebbe più convincente?